C’è stato un tempo in cui comprare cose usate era una pratica confinata ai mercatini delle pulci della domenica mattina, un piccolo segreto da confessare a bassa voce. Quel tempo, per fortuna, è ufficialmente finito. Oggi, nel 2026, comprare e vendere oggetti di seconda mano non è più una moda passeggera per nostalgici del vintage o per millennial attenti all’ambiente, ma si è trasformato in una vera e propria strategia di economia quotidiana che coinvolge la maggioranza del Paese.

I dati non mentono, e la fotografia scattata a inizio 2026 dall’osservatorio Second Hand Economy di Ipsos Doxa per Subito (su un campione di oltre 2.000 intervistati) parla chiaro: il mercato dell’usato muove la bellezza di 27,2 miliardi di euro, arrivando a pesare per l’1,2% del nostro Pil. Praticamente, stiamo parlando di un colosso macroeconomico alimentato dalle nostre vecchie magliette e dai comodini della nonna che non si abbinava più al salotto.

L’appuntamento fisso

La portata del cambiamento è impressionante, se si pensa che questa abitudine coinvolge ormai 28,2 milioni di italiani. Nell’ultimo anno, ben il 65% della popolazione ha dichiarato di aver acquistato o venduto almeno un oggetto usato. Per capire quanto il comportamento sia diventato strutturale, basta pensare che per la prima volta la compravendita dell’usato è diventata il secondo comportamento sostenibile più diffuso in Italia. Ha superato persino un grande classico dell’ecologia domestica come l’acquisto di lampadine a Led, posizionandosi subito dopo la raccolta differenziata. Insomma, separare la plastica va bene, ma rimettere in circolo un vecchio oggetto è percepito come ancora più utile e gratificante.