È una lunga storia di un amore non corrisposto, quella tra la musica e la destra. Una sequela di appropriazioni culturali indebite, fraintendimenti, frustrazioni. Una vicenda sentimentale impossibile che affonda le radici in un tempo lontano, quando algoritmo era una parola semisconosciuta.L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa, durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Il generale ha fatto infuriare la Fondazione Lucio Dalla per aver utilizzato la canzone “Futura” come colonna sonora dell’evento, a Roma, tra camerati in grisaglia e braccia tese. Nel comunicato diffuso subito dopo la Fondazione ha diffidato chiunque, a partire da Vannacci, dall’indebito utilizzo delle canzoni di Dalla, sempre “apolitico e apartitico”. Gli eredi del cantautore hanno espresso forte contrarietà, dichiarando di non aver mai autorizzato l’uso politico dell’opera.Il generale ha respinto le accuse, dichiarando di aver regolarmente pagato i diritti tramite la licenza Siae per eventi. Come se fosse un problema di diritti.È il punto di arrivo di una querelle che oggi riguarda Dalla ma nel tempo ha coinvolto altri big della canzone d’autore italiana. In principio, si sa, tutto cominciò con Lucio Battisti. Faro musicale, suo malgrado, per i militanti di destra nelle sue infinite sfumature – fino ad Atreju, Hobbit e dintorni – fin dai tempi de “La collina dei ciliegi” (1973) e del suo passaggio più controverso, «planando sopra boschi di braccia tese». Parole in cui molti camerati, generazione dopo generazione, si sono riconosciuti e hanno visto un’adesione all’idea fascista sempre smentita dal coautore del brano, Mogol, che in diverse occasioni si è sgolato per dire che le braccia tese di Battisti erano per il Signore, non per il duce. E che l’amico cantautore non andava a votare.Tra i casi più clamorosi, tuttavia, resta “Il pescatore” di Fabrizio De André. La polemica risale a qualche anno fa, alla vigilia del Covid. Matteo Salvini, grande fan del Faber, che era notoriamente anarchico e vicino agli ultimi, usò la canzone come colonna sonora della propria retorica sull’immigrazione.Un paradosso clamoroso: la canzone del 1970, infatti, racconta di un vecchio pescatore che dà da mangiare a un assassino in fuga e lo lascia andare senza fare domande. Un testo di misericordia, di accoglienza senza giudizio, costruito su una teologia del perdono che De André aveva mutuato dalla sua lettura della figura di Cristo come eretico e ribelle. Salvini la citava come metafora dell'ingenuità degli italiani che aprono i porti. Invece De André intendeva esattamente il contrario: che aprire è giusto, sempre, anche quando è pericoloso. La famiglia del cantautore si oppose pubblicamente all’uso della canzone da parte della Lega. Dori Ghezzi, vedova del cantautore, rilasciò dichiarazioni inequivocabili.Da Salvini a Meloni il passo è piuttosto breve. Come noto, la presidente del Consiglio ha un debole per Rino Gaetano. Cinque anni fa scrisse un post sentimentale, che non lasciava spazio a interpretazioni: «Il 29 ottobre 1950 nasceva Rino Gaetano, un grande artista italiano che grazie alla sua intramontabile musica continua ancora a regalarci emozioni uniche e indescrivibili. Ci manchi Rino». Meloni, comunque, deve condividere la sua passione con chi la pensa diversamente. Gaetano, infatti, è stato a lungo un punto di riferimento della sinistra alternativa italiana, con le sue canzoni surreali e anarchiche, le sue invettive mascherate da nonsense, la critica al potere. Negli anni la canzone “Ma il cielo è sempre più blu” è diventata un inno trasversale e fonte di infinite polemiche. Nella notte dello spoglio delle schede delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 Meloni entrò in sala al comitato elettorale di Fratelli d’Italia all’Hotel Parco dei Principi, a Roma, sulle note del brano, prima del discorso della vittoria. Al termine dell’intervento partì “A mano a mano”, altro brano interpretato dal cantautore e scritto da Riccardo Cocciante. Anche in questo caso la famiglia si oppose. Alessandro Gaetano, nipote e erede dell’artista, si sfogò: «Non se ne può più. Anna, la sorella di Rino, e io abbiamo detto centinaia di volte che non gradiamo questo tipo di iniziative: Rino è di tutti, e la politica non deve appropriarsene». Ma l’amore, si sa, è cieco.