Passando a Sugar, in che momento della sua vita ritroviamo John Sugar all'inizio della seconda stagione? «Per la prima volta è un uomo molto solo. Tutti i suoi amici e i suoi compagni sono tornati sul loro pianeta natale. Anche il mondo in cui lo vediamo immerso è molto diverso: la prima stagione si svolgeva tra Bel Air, Pacific Palisades e gli studios, mentre questa si sposta soprattutto a Koreatown e nella parte orientale di Los Angeles. Cambiano i toni e cambiano anche le sfide che dovrà affrontare». Quali?«Esperienze umane che non aveva mai vissuto prima, soprattutto il desiderio. Un desiderio con tutte le sue sfaccettature: il fascino, l'attrazione, il potere, la violenza. E siccome Sugar è profondamente contrario alla violenza — anche se il suo lavoro lo porta continuamente a confrontarsi con essa — tutto questo lo mette profondamente alla prova». Guardando Sugar ho pensato spesso a Philip Marlowe. I detective di Raymond Chandler affrontano ogni caso anche per combattere la propria solitudine. Sugar, invece, sembra cercare soprattutto un'integrità morale. È questo che lo rende diverso?«Ho pensato anch'io ai riferimenti che cita. Di solito i detective del noir sono uomini spezzati, quasi insensibili, profondamente sospettosi. Sugar, invece, vive il proprio isolamento perché, come dicevamo, per la prima volta è davvero solo sul pianeta. Ma conserva una fiducia nella decenza degli esseri umani che non ricordo di aver visto in altri personaggi. Ed è qualcosa che era già nella scrittura: non è farina del mio sacco». Il vero colpo di scena della prima stagione, in fondo, non è tanto che Sugar sia un alieno, quanto il fatto che sia diventato profondamente umano. È questa la tensione che guida anche la seconda stagione?«Sì, esattamente. Quando arriva sulla Terra il suo compito, come quello di tutti i suoi simili, è semplicemente osservare e riferire. È una frase che ritorna continuamente nella prima stagione, "Osserva e riferisci".Ma ormai non ha più nessuno a cui riferire. Ha perso la struttura più importante della sua esistenza e si ritrova, ancora una volta, solo.L'osservazione, però, per Sugar non è mai stata soltanto una missione. È qualcosa di molto più profondo. Ha un bisogno autentico di capire le persone, di comprendere gli esseri umani. E soprattutto li ama, li osserva con un senso di meraviglia». In fondo guarda gli esseri umani con uno stupore quasi infantile.«Sì, quel principio dell'osserva e riferisci comincia a sfumare e il confine tra lui e gli altri diventa sempre meno netto. Succede anche a noi: nelle relazioni, nelle amicizie, perfino in famiglia, a volte non sappiamo più dove finiscono le nostre emozioni e dove iniziano quelle degli altri. Accade anche a Sugar, le esperienze che vive iniziano a penetrarlo in un modo che, a tratti, lo disorienta completamente. Ed è stato uno degli aspetti più interessanti del suo viaggio nella seconda stagione». Che cosa la preoccupa di più della natura umana, la nostra capacità di essere violenti o quella di giustificare la violenza?«Mi preoccupa soprattutto la prevalenza dell'avidità sulla Terra». Oltre a interpretare Sugar, ne è anche produttore esecutivo. Quanto ha inciso questo ruolo sulla costruzione del personaggio? «In entrambe le stagioni continuavamo a scrivere mentre stavamo già girando. Non è un metodo che necessariamente consiglierei, è stato complicato. Però è stato bello poter avere voce in capitolo sul percorso narrativo e sull'evoluzione del personaggio, perché ormai sento di conoscere molto bene Sugar e amo il mondo della serie. Amo davvero fare questo lavoro, è una gioia girare a Los Angeles e interpretare un uomo che, in fondo, è una brava persona. Certo, continua ad avere i suoi conflitti, i suoi momenti di violenza e di confusione, ma non attribuisce mai al mondo esterno la responsabilità dei propri difetti. Continua a mettersi in discussione». Capita ancora di sorprendersi sul set o, conoscendo ormai il personaggio, tutto diventa più prevedibile? «Con la sceneggiatura sai quasi sempre cosa succederà dopo. A parte la prima lettura, non ricordo di essere rimasto sorpreso da una svolta narrativa. La vera sorpresa arriva sempre dagli altri attori, da quello che accade mentre reciti insieme a loro». Che differenza c'è, per lei, tra lavorare a una serie e a un film? «La differenza principale è il volume di lavoro. Per questa stagione abbiamo girato l'equivalente di circa 440 pagine di sceneggiatura, mentre un film ne ha in media poco più di cento. È come affrontare un lavoro quattro volte più grande. Questo non significa necessariamente conoscere il personaggio quattro volte meglio: non credo che l'aritmetica funzioni così. Ma il mestiere, in fondo, resta lo stesso». Le piacerebbe continuare a interpretare Sugar ancora a lungo? «Sì, ho un paio di idee su dove mi piacerebbe portare la storia. Credo che la serie potrebbe sostenere tranquillamente altre tre stagioni e arrivare poi a una conclusione naturale». Come ha vissuto le reazioni dei fan alla rivelazione finale della prima stagione? «Sono state piuttosto divise. Alcuni hanno trovato quel colpo di scena davvero interessante, altri hanno detto: "Non ce n'era bisogno. La serie funzionava già così com'era, ero già completamente coinvolto".Per me, però, Sugar è sempre stato questo, un estraneo, un essere senziente proveniente da un altro pianeta, profondamente affascinato da ciò che è l'esperienza umana per lui. Osserva con meraviglia i nostri comportamenti, le nostre relazioni e, più in generale, ciò che significa essere umani». Che cosa dobbiamo aspettarci da questa seconda stagione? «Per certi versi ritroveremo lo stesso Sugar, è sempre qualcuno che cerca di essere utile, di aiutare gli altri. In queste otto puntate in particolare, è impegnato a ritrovare Ji Moon, il fratello scomparso di Danny.Ma, come sempre, ciò che conta davvero sono le relazioni che nascono lungo il percorso. Continua a cambiare attraverso gli episodi, perché gli ambienti che attraversiamo e le persone che ci trasformano. Succede a tutti, in misura diversa, a seconda di quanto siamo permeabili, e Sugar lo è moltissimo». Sugar appartiene a una lunga tradizione di detective. Lo considera un personaggio unico? «Sì. Credo che sia scritto in modo molto originale. Certo, la serie appartiene al neo-noir e lui condivide alcuni tratti archetipici del genere. Ma, al tempo stesso, ha una personalità tutta sua. Quello che lo distingue è il modo in cui affronta i propri limiti: non attribuisce mai al mondo che lo circonda la responsabilità dei suoi difetti. Al contrario, continua a mettersi in discussione». Pensa che possa esistere davvero qualcuno come Sugar tra noi? E qual è il gesto più "alieno" che un essere umano potrebbe compiere? «Potremmo già essere visitati. Magari ci stanno osservando proprio adesso. O forse siamo noi a osservare loro... chissà. E la cosa più aliena che un essere umano potrebbe fare? Non ne ho davvero idea». Qual è il suo rapporto con i grandi classici del cinema? «È curioso: proprio l'altro giorno dicevo a mio figlio che nelle prossime settimane guarderemo insieme Some Like It Hot e Sunset Boulevard.Amo il cinema in tutte le sue forme: i grandi classici, ma anche i film contemporanei. E poi c'è un appuntamento fisso. Ogni Natale torno a rivedere La vita è meravigliosa. È uno di quei film che non mi stanco mai di guardare».