Mosca ha costruito una dottrina militare di precisione scacchistica. Sul campo in Ucraina ha giocato a rugby nel fango. L’Europa, intanto, discute di miliardi senza avere ancora una teoria di gioco. L’analisi di Alberto Pagani – Docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna ed Esperto di Intelligence e guerra cognitiva

Il 23 giugno 2026, Vladimir Putin ha incontrato i neolaureati delle accademie militari russe nel Salone di San Giorgio del Cremlino. Ha detto loro che l’Occidente sta “apertamente parlando di prepararsi alla guerra contro di noi” e che la Russia risponderà “prontamente e adeguatamente a qualsiasi minaccia esterna”. Non era retorica da comizio: era un discorso di formazione ai futuri comandanti. Mentre Putin parlava, i leader europei litigavano sulla percentuale del Pil da destinare alla difesa. Il problema non è che gli europei spendano poco. È che spendono senza sapere ancora esattamente contro cosa si stanno armando. E la risposta richiede di capire come la Russia pensa la guerra – e dove quella teoria si scontra con la realtà.

Il Grande Maestro e il campo di battaglia

In Unione Sovietica, gli scacchi non erano un gioco come gli altri. Erano uno strumento di Stato: un metodo per formare le menti dell’intelligence, della diplomazia, delle forze armate. I campioni sovietici – da Michail Botvinnik, sei volte campione del mondo e fondatore della scuola analitica moderna, a Mikhail Tal, il “mago di Riga” celebre per i sacrifici imprevedibili, da Tigran Petrosian, il maestro della difesa preventiva, ad Anatoly Karpov, simbolo della strategia posizionale – erano figure nazionali, modelli di come si doveva pensare il conflitto: con pazienza, con profondità, calcolando varianti a cinque, sei, sette mosse di distanza. La scuola sovietica degli scacchi insegnava che la mossa migliore non è quella che ti avvantaggia nell’immediato, ma quella che induce l’avversario a fare esattamente ciò che vuoi tu, facendogli credere che sia una sua scelta vantaggiosa.