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La vendita della dimora storica reggiana tra il 2018 e il 2019 finì in una trattativa da film con acquirente un ricco emiro arabo . Un anziano (parte civile) ha chiesto un risarcimento di 215mila euro.
Attorno a Villa d’Este, storica dimora di Rivalta, si innescò tra il 2018 e il 2019 una trattativa da film. Da tempo una coppia di anziani reggiani, marito e moglie, proprietari dello stabile al 50%, aveva messo in vendita la propria parte e sembrava aver trovato un compratore: un ricco emiro arabo. Ma l’affare si rivelò una truffa da oltre 200mila euro, reato del quale sono stati accusati due reggiani, un 61enne promotore finanziario e un 70enne barbiere. Tempo fa il 70enne ha scelto il rito abbreviato, nel quale è stato assolto. Davanti al giudice Silvia Semprini ora figura imputato con rito ordinario il promotore finanziario, difeso dall’avvocato Michele Gatti, per il quale il pubblico ministero ieri ha chiesto la condanna a 1 anno più 900 euro di multa. Nel 2024 in tribunale fu sentito l’uomo raggirato, un anziano costituito parte civile tramite l’avvocato Alessandro Nizzoli. Ha raccontato che avrebbe dovuto vendere la villa "in cambio di 3 milioni e 600mila euro". Disse che il barbiere fece da intermediario, mentre il 61enne era il suo consulente finanziario da mezzo secolo. Uno straniero, non imputato, che avrebbe rappresentato il fantomatico emiro, chiese per sé un compenso per la mediazione non in contanti, ma in oro per 215mila euro. L’anziano reggiano e l’imputato 61enne andarono a Valenza (Alessandria), la città dell’arte orafa: "Comprammo sei lingotti d’oro, del valore di 215mila euro, da dare all’intermediario straniero. Consegnai il materiale prezioso al mio consulente, perché ci pensasse lui". Nel giorno dell’appuntamento dal notaio, il proprietario di Villa d’Este si ritrovò invece in un hotel a Reggio. Raccontò di aver consegnato i lingotti, mentre il suo consulente gli diede una valigetta con il lucchetto che avrebbe dovuto contenere il valore corrispondente in denaro. All’anziano fu detto di aspettare 40 giorni ad aprirla, perché l’interessato all’acquisto si sarebbe presentato successivamente. Ci furono numerosi rinvii, e alla fine il proprietario reggiano aprì la valigetta: "C’erano tre pacchi di soldi, ciascuno con 500 euro sopra. Ma solo quelle tre banconote erano originali, per un valore di 1.500 euro: tutte le altre erano fotocopie false". Ieri l’avvocato Nizzoli ha chiesto per il suo assistito un risarcimento pari al valore dei lingotti d’oro, cioè di 215mila euro, e 10mila euro di danni morali (5mila a testa per lui e la moglie). Il difensore Gatti ha tenuto un’arringa per due ore: ha domandato in via preliminare la restituzione degli atti al pm per nullità del decreto di citazione a giudizio, sostenendo che non fu mai disposto l’interrogatorio dell’imputato. Nel merito ha domandato l’assoluzione per mancanza dell’elemento soggettivo del reato, cioè della consapevolezza: "Il mio assistito fu usato dai reali truffatori, rimasti tuttora impuniti - ha sostenuto -. Nel tentativo di aiutare il proprietario lui finì coinvolto nel raggiro in una forma che secondo il pm fu un concorso consapevole. Ma lui rimase sino alla fine ignaro della truffa: credeva invece che la pratica fosse regolare, mentre fu sfruttato dagli altri per convincere il proprietario col quale aveva da tempo un rapporto fiduciario". Repliche e sentenza previste in luglio. Alessandra Codeluppi











