Qualche giorno fa sono stato in giro per lavoro. Poco prima di partire, mi sono ricordato che il 26 giugno Nick Cave tornerà a suonare con i Bad Seeds in Italia in occasione del festival La prima estate. Così, poco prima di uscire di casa, con un gesto puramente istintivo ho infilato in valigia il libro Fede, speranza e carneficina (La nave di Teseo 2022), che raccoglie una lunghissima intervista concessa dal cantautore australiano allo scrittore e giornalista irlandese Seán O’Hagan.
Fede, speranza e carneficina è un libro straordinario, perché in quelle pagine Cave si confessa come non gli era mai successo e affronta temi universali come la morte, il lutto (in particolare quello per la scomparsa del figlio Arthur, morto in un tragico incidente a soli 14 anni nel 2015), l’amore, la fede, l’esistenza di dio, la creatività accanto ad altri aspetti più personali come l’esperienza di stare su un palco, la scrittura di canzoni e il rapporto con il pubblico. Rileggendo quelle pagine, è come se mi fosse tornata su tutta insieme la passione che in questi anni ho coltivato per la sua musica.
Non sono un fan della prima ora di Nick Cave, anche per motivi anagrafici: quando uscì il suo primo disco con i Bad Seeds, nel 1984, non ero ancora nato. A Cave, come a tante altre cose, ci sono arrivato tardi. Il disco con il quale mi sono avvicinato a lui nel 2013 è stato Push the sky away. Quell’album, il primo registrato dopo la fine del sodalizio con Mick Harvey, si discostava dal suono classico di Cave, molto legato al rock e al blues, ed era sostenuto soprattutto dai loop e dagli arrangiamenti spettrali di Warren Ellis dei Dirty Three, diventato da quel momento il nuovo braccio destro del cantautore.







