Elon Musk lo conosciamo tutti. Il miliardario dei razzi che tornano a terra, delle auto elettriche trasformate in status symbol, dei satelliti che portano Internet dove non arrivano le reti, del social network comprato e piegato a immagine e somiglianza del suo proprietario, dell’intelligenza artificiale che si diletta a conversare come un compagno di classe maleducato e politicamente scorretto. Ma quello che conosciamo meno — o preferiamo non conoscere — è il Musk che è in noi: la tentazione, davanti a un mondo che pare sfilacciarsi, di arroccarci dietro un filo spinato magari digitale. Una casa autosufficiente grazie all’energia accumulata da una batteria in garage, un pick-up blindato per affrontare il mondo, una connessione satellitare che non ci lascia mai, un algoritmo che ci dica chi sta dentro e chi resta fuori. Perfino la prospettiva – se le cose dovessero andare davvero male – di scappare verso pianeti lontani, magari su Marte. Tutto il catalogo, insomma, dei prodotti offerti o anche solo immaginati – in fondo poco importa – da Musk. E, al tempo stesso, la manifestazione di qualcosa di diverso e ben più pervasivo: il Muskismo. “Usiamo questo termine soprattutto per descrivere una fase del capitalismo”, spiega Quinn Slobodian, storico alla Boston University, che assieme allo scrittore Ben Tarnoff ha pubblicato un libro intitolato proprio così, appena uscito in Italia per Einaudi.
Muskismo: “Guida per perplessi” dedicata a Elon Musk e a un virus che è già dentro di noi
Un visionario capace di lanciarsi in imprese straordinarie o un rabdomante che cavalca opportunità e impulsi politici? Lo storico Quinn Slobodian parla di Musk…










