Dall’inviato a Roma – L’ambasciatrice Mona Abuamara siede nel suo ufficio al primo piano della Delegazione generale palestinese a Roma. Sul laptop la bandiera palestinese, alle spalle le foto di Yasser Arafat e Abu Mazen. Prima di arrivare a Roma nel 2025 ha diretto per quattro anni la rappresentanza diplomatica palestinese in Canada: vanta un curriculum accademico tra Medio Oriente e America. La sua storia incarna quella del suo popolo. Nata in Libano, ha vissuto nel campo profughi Beddawi di Tripoli. È tornata in Palestina dopo gli accordi di Oslo. “Ma mia nonna e mia zia sono ancora in Libano. Mio padre è stato trasferito con la forza da Giaffa a Gaza. Da lì è partito per andare a studiare all’estero rimanendo profugo dopo il 1967, mentre la sua famiglia subiva molte perdite a causa dei bombardamenti israeliani”.
È difficile vivere così, incomprensibile per chi sta in Italia.
"Sì, è molto difficile. Io ho vissuto tutte le condizioni che Israele impone ai palestinesi: esilio, occupazione, bombardamenti, traumi. Ma la nostra esistenza è la migliore resistenza. Vogliono che ci arrabbiamo, che reagiamo, vogliono presentarci come il problema. Raccontare semplicemente la verità su ciò che accade e restare nella nostra terra è il massimo che possiamo fare in questo momento”.






