| 24 Giugno 2026 15:02 |

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(Adnkronos) – La premessa è doverosa: ‘The Wow! Signal’, il decimo album in studio dei Muse, è un disco di contrasti. Suona duro ma non rinuncia alla melodia, guarda al metal moderno senza perdere il gusto per la grandiosità. Alterna oscurità e aperture luminose con una naturalezza che da parte della band britannica non si sentiva da tempo. Anche il contributo di Dan Lancaster, produttore e co-autore del disco, gioca un ruolo fondamentale nel dare forma a un lavoro che riesce a tenere insieme tutto e il contrario di tutto senza mai apparire frammentato. L’Adnkronos ha avuto l’opportunità di ascoltare in anteprima il nuovo lavoro del trio e la sensazione è quella di trovarsi davanti a un disco destinato a segnare una svolta. Erano anni che i fan dei Muse aspettavano un album come questo. Dopo lavori che avevano diviso pubblico e critica, Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard ritrovano quella scintilla creativa che sembrava essersi affievolita, confezionando con ‘The Wow! Signal’, in uscita venerdì prossimo, quello che ha tutte le caratteristiche del disco della rinascita artistica.

Il titolo del progetto deriva da un famigerato evento interstellare ancora inspiegabile: un potente impulso radio di 72 secondi rilevato nel 1977 e proveniente dalla costellazione del Sagittario. L’astronomo che scoprì l’anomalia, Jerry R. Ehman, cerchiò la sequenza ormai iconica ‘6EQUJ5’ e scrisse ‘Wow!’ sulla stampa accanto ad essa, dando il nome al segnale e consolidando il suo posto nella tradizione scientifica e nella cultura popolare. L’album si apre in modo epico con ‘Dark Forest’, brano ispirato alla teoria della Foresta Oscura ,una soluzione al paradosso di Fermi, secondo la quale l’universo brulica di vita intelligente ma le civiltà scelgono di rimanere silenziose per paura di essere individuate da specie ostili. La traccia si apre con un campionamento del celebre ‘Wow! Signal’ e si sviluppa come una cavalcata lisergica che richiama -per ambizione e respiro- la monumentale ‘Knights of Cydonia’ di Black Holes and Revelations. Tra note arabeggianti, cori solenni e frasi in latino come ‘Dominus Deus’, ‘Currus Machina’, ‘Navis Lucifer’ e la greca ‘Kyrie Eleison’, la canzone si estende per oltre cinque minuti, diventando una delle più lunghe del disco. Un’opener maestosa che getta le basi di tutto ciò che seguirà, impreziosita dal primo di una serie di breakdown disseminati lungo l’album.