È un pomeriggio azzurro e loro mangiano mandarini. Pietro sa sbucciarli facendo una spirale, un pezzo unico che fa ciondolare su e giù come una molla. Hanno dormito abbracciati, si sono svegliati solo per la fame a un orario sbagliato sia per il pranzo (troppo tardi) che per la cena (troppo presto). Hanno finto di ignorare la loro nudità, il fatto di aver passato le ultime ore pelle a pelle; si sono vestiti, quindi hanno fatto un pasto senza nome, una merenda, un aperitivo.
«Una merenda sinoira», ha detto Pietro, esagerando l’accento piemontese sulla o e la i, arrotando un po’ la erre, trattenendo la a nel palato. In frigo uova e burro, le hanno strapazzate in padella, poi hanno tostato il pane, lui l’ha cosparso di burro, ha messo le uova sopra, una pioggia di pepe. Non hanno mai, mai dimenticato di bere. Non si sono più toccati se non per sbaglio, per casualità: ogni volta Irene ha sentito la pelle bruciare.
Ora, sul letto, lei in tuta, lui con dei boxer larghi a quadri blu e una maglietta oversize che Irene ha rubato da un cassettone (ha cercato quella più grande di tutte, di sicuro non è di Cami, chissà chi l’ha lasciata lì) mangiano mandarini facendo le spirali con la buccia. Come colto da un’illuminazione improvvisa, lui le chiede, «Ma di chi è questa casa?» Irene butta giù lo spicchio che stava tenendo incastrato tra la guancia e i denti, «Camilla».








