La Casa Bianca ha avviato colloqui con l’Iran per un nuovo accordo sul nucleare facendo affidamento su una tradizionale leva negoziale: la promessa di un alleggerimento delle sanzioni e l’accesso a una parte dei circa 100 miliardi di dollari di asset congelati.
Tuttavia, questo strumento sta progressivamente perdendo efficacia.
Negli ultimi anni Teheran è riuscita infatti ad attenuare l’impatto della campagna sanzionatoria statunitense sfruttando l’architettura finanziaria cinese basata sullo yuan, un sistema che opera al di fuori della portata di Washington.
Un segnale evidente è arrivato a fine aprile, quando gli Stati Uniti hanno intensificato la campagna denominata «Economic Fury» contro l’Iran, sanzionando una grande raffineria cinese accusata di aver acquistato petrolio iraniano per miliardi di dollari.
La società coinvolta, Hengli Petrochemical, ha però sostenuto che il proprio fornitore aveva garantito che il greggio non provenisse dall’Iran.








