Il 21 aprile il presidente del Kenya, William Ruto, ha tenuto un discorso all’Università LUISS di Roma nel quale, tra le varie cose, ha parlato anche della necessità di una «riforma dell’architettura economica globale».

Non è un tema nuovo e in realtà Ruto se ne è fatto mero promotore. L’ipotesi è che l’attuale architettura finanziaria globale sia obsoleta e penalizzante per le nazioni in via di sviluppo: «Oggi, i paesi africani affrontano costi del capitale sproporzionatamente alti, non sempre a causa dei fondamentali sottostanti, ma come risultato di pregiudizi strutturali nella valutazione globale del rischio: questa non è una richiesta di concessione. È una richiesta di correttezza, di accuratezza e di un sistema» che sia veramente globale.

In realtà non è un argomento nuovo: già nel 2020, durante la pandemia, la Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite ha dimostrato dati alla mano che i declassamenti massicci del rating dei paesi africani erano basati su percezioni e non su fondamentali macroeconomici, bloccando l’accesso ai mercati proprio nel momento di massima crisi sanitaria. Ma, anche qui, niente di nuovo: già il primo presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, in un saggio sul neocolonialismo del 1965 scriveva che i paesi ricchi continuano a dirigere i flussi finanziari e a fissare i prezzi del capitale, mantenendo gli stati africani in una posizione di perenne subalternità.