di Luigi Candreva

L’osceno spettacolo al Parlamento europeo di una destra che grida “Send them back” ci riporta a uno dei periodi più bui della storia del Novecento. In Germania, negli anni Trenta, gli ebrei erano poco più di 500mila, su una popolazione di 65 milioni di abitanti. Eppure il nazismo riuscì a convincere una buona parte della popolazione tedesca che quella infima minoranza costituiva una minaccia reale per la sopravvivenza della civiltà germanica e del Volk tedesco stesso.

Se oggi Silvia Sardone aggredisce verbalmente una donna musulmana per il suo niqab, Hitler scriveva nel Mein Kampf di essere stato colpito a Vienna dalle palandrane nere, dai lunghi capelli a ricciolo, dai cappelli di feltro nero degli uomini e dall’abbigliamento delle donne, le gonne lunghe a strati e i foulard sulla testa, tanto da arrivare alla conclusione che no, quegli ebrei e quelle ebree non erano tedeschi. Anzi, erano una minaccia per la Germania, ne volevano distruggere la cultura e le tradizioni. Ma per far digerire alla popolazione le politiche antisemite, bisognava procedere alla loro disumanizzazione e all’allontanamento dalla nazione “ospitante”, nonostante molti fossero cittadini tedeschi da più generazioni.