“Ti distruggo”, “Se voglio ti rovino”, “Dovete fare tutto quello che vi dico”. Un clima di pressione psicologica costante, insulti davanti ai detenuti, lanci di oggetti e strattoni fisici. È lo spaccato che emerge da una segnalazione arrivata a Repubblica, firmata da sei agenti di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Brissogne, ad Aosta, inviata ai sindacati e alla direzione del carcere. I sei firmatari — che hanno messo in calce i loro nomi e cognomi — denunciano «gravi criticità organizzative e possibili abusi di potere da parte di figure gerarchicamente sovraordinate».
Nell’esposto si evidenzia «un utilizzo frequente di toni aggressivi, urla e rimproveri anche in presenza di detenuti, espressioni intimidatorie e minacciose, prese e strattoni alle braccia, ed esercizio di una forte pressione psicologica». Sotto accusa anche l’uso «improprio» della videosorveglianza. Più operatori riferiscono «l’impiego dei dispositivi da parte di figure sovraordinate per monitorare in modo mirato l’attività lavorativa dei singoli agenti».
Nel documento si punta il dito contro la gestione di tre figure apicali, in particolare Jolanda Capozzi, fino a qualche tempo fa sovrintendente che oggi svolge un’attività di sorveglianza generale e non ha più «un contatto diretto con la gestione delle risorse», secondo quanto trapela dalla direzione del carcere. Si parla di un «diffuso malessere psicologico del personale», un disagio che ha costretto diversi agenti a ricorrere allo Spem, il servizio interno di supporto psicologico, per stati d’ansia e stress da lavoro correlato.







