Quando scandisce dal palco «La spesa farmaceutica non è fuori controllo!» l’applauso che accoglie il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, appena rieletto, è forte e sincero. Più di quello che ha salutato l’inno nazionale, patriotticamente cantato in piedi, come ai mondiali, dagli industriali del farmaco all’apertura ieri della loro assemblea annuale. Il prezzo dei farmaci è stato al centro dell’incontro, dopo l’allarme sulla spesa farmaceutica pubblica che continua a sfondare i preventivi. Nei giorni scorsi l’Agenzia del farmaco (Aifa) ha pubblicato i dati 2025: Big Pharma ha incassato quasi 25 miliardi dallo Stato italiano per le medicine, 1,5 in più dell’anno precedente. Ottima notizia per l’industria, meno per le finanze pubbliche. La spesa ha superato di oltre 4 miliardi il tetto fissato all’inizio dell’anno, anche se metà dello sforamento sarà a carico delle aziende in base al meccanismo del «payback». In sostanza, le società farmaceutiche si sono mangiate buona parte degli investimenti pubblici in sanità, costringendo le regioni a tagliare altri servizi.
IL PROBLEMA riguarda soprattutto i farmaci comprati direttamente da ospedali e Asl attraverso le gare d’appalto e origina dai prezzi sempre più elevati richiesti dalle aziende. Per frenare gli squilibri l’ultima legge di bilancio aveva avviato una revisione del prontuario, il listino dei prezzi negoziati da Aifa per le medicine a carico del Servizio sanitario: d’ora in poi i produttori riceveranno un importo pari al prezzo più basso tra le molecole con la stessa indicazione terapeutica e pari efficacia, anche se la composizione chimica è diversa. Per alcune patologie sono infatti disponibili (e rimborsati dallo Stato) molti farmaci con effetti simili. Ad esempio: gli italiani possono scegliere tra sette statine contro il colesterolo e otto ACE-inibitori contro l’ipertensione.













