Materiale sospetto, liquido che non è passato inosservato. Parliamo di reagenti, sostanze infiammabili: roba che ha comunque accelerato la propagazione delle fiamme. Quanto basta a spingere gli inquirenti a firmare una sorta di svolta investigativa: si indaga per incendio doloso, la pista battuta è quella del raid scatenato da una mano clandestina. Una svolta decisiva nel corso dell’inchiesta condotta sull’incendio all’Ospedale del Mare, nelle prime ore del pomeriggio di domenica. Ed è questo il motivo che ha spinto i vigili del fuoco ad agire di iniziativa, con il sequestro dell’area nel tentativo di preservare l’area per le successive indagini, al netto del tempo trascorso. Una pista dolosa, dunque, che fa leva su una serie di criticità su cui riflettono gli uomini della scientifica, di fronte alla probabile presenza di liquido solvente.
IL RETROSCENA Parliamo di materiale destinato alle verifiche degli esperti dei vigili del fuoco, in un’inchiesta condotta dal pm Mario Canale, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci, in una storia che viene vista sotto una angolatura diversa rispetto alla narrazione delle prime ore. Torniamo a domenica pomeriggio, nei pressi di una palazzina della cittadella ospedaliera di Ponticelli. Il punto dell’innesco è chiaro: una zona con qualche sterpaglie, dove da quasi un anno c’erano delle travi di legno o comunque materiale di risulta rispetto a lavori edili per una precedente attività di restauro. Sul posto i vigili del fuoco hanno trovato anche alcune cicche di sigaretta, cosa che aveva spinto gli inquirenti ad ipotizzare una causa accidentale indietro al rogo. Invece, la presenza di solventi chimici costringe gli inquirenti a una valutazione più ampia. Fatto sta che in queste ore, si scava all’interno delle immagini del sistema di videosorveglianza, nel tentativo di cristallizzare eventuali movimenti sospetti nei pressi del cantiere. E proviamo allora ad approfondire la pista dolosa. I MOVENTI Se c’è qualcuno che ha appiccato volutamente le fiamme, resta da mettere a fuoco il movente. Cosa ha spinto a realizzare un raid di queste dimensioni? Un orizzonte che fa leva su una serie di possibilità, tutte al vaglio degli inquirenti. Si va dall’atto vandalico o dal gesto di un folle. Ma il ragionamento investigativo deve fare i conti anche con altri fattori: un dispetto da parte di qualcuno rimasto fuori dalla catena dei subappalti? Un’azione intimidatoria nei confronti di chi gestisce un centro amministrativo ed economico nel cuore della periferia orientale? Verifiche in corso, mentre gli inquirenti sono alle prese anche con un’altra questione. Riflettori puntati sulla palazzina andata in fiamme, danni per diverse migliaia di euro, non si comprende per quale motivo le fiamme non abbiano trovato alcun ostacolo. GLI ARGINI Dalla base al quarto piano, il rogo è stato immediato. Possibile? Come mai non c’è stata alcuna barriera ignifuga? Quanto basta a spingere gli inquirenti ad indagare sul cosiddetto cappotto termico, una copertura che - almeno nelle strutture ospedaliere recenti - risulta decisiva per abbattere le fiamme sin dalle prime scintille. E invece qualcosa non ha funzionato. E non è un caso che in queste ore, sono i vertici dell’ospedale - in piena sintonia con i vertici della Regione - ad aver dato inizio a una sorta di verifiche interne. Tecnicamente si tratta di un audit, con cui si cerca di risalire alla catena di forniture e di interventi che hanno consentito di rivestire l’edificio di Pozzuoli. C’è un capitolo che riguarda la «coibentazione» dell’edificio. Per uscire dal discorso tecnico, l’obiettivo è capire in che modo è stato realizzato l’isolamento del locale. E non è tutto. A giudicare dalla traiettoria investigativa, sembra chiaro che gli inquirenti vogliano mettere a fuoco anche altri aspetti: è la questione degli appalti e delle forniture legate alla definizione dei sistemi di difesa anti incendio. Il resto è storia di un intervento di soccorso rapido e risolutivo, da parte dei vigili del fuoco, anche se non privo di punti critici legati al funzionamento dei sistemi di sicurezza predisposti all’interno della cittadella di Napoli Est. IL FLOP Basta tenere in considerazione un dato su tutti: sulle prime i vigili del fuoco trovano i cancelli chiusi. Bloccati i primi interventi, con il capo pattuglia che è costretto ad urlare e a scandire la sua preoccupazione di fronte a quei cancelli rimasti chiusi. Poi c’è chi trova le chiavi. E consente l’accesso all’interno dell’ospedale. Possibile che una scena del genere possa accadere quando è in ballo la vita di pazienti e utenti di una delle più grandi strutture ospedaliere di Napoli? Probabile che chi ha dato inizio all’incendio abbia anche tenuto in considerazione degli intoppi che avrebbero costellato la strada dei soccorritori. Intanto però quelle cicche di sigaretta, unite al materiale accelerante, hanno reso possibile un disastro su cui ora si prova a fare chiarezza. Oltre 180 pazienti evacuati per qualche ora, danni ancora da calcolare, il sospetto di una manina in azione: la pista dolosa merita di essere approfondita.








