Se ti aggiri tra gli scaffali del supermercato con lo smartphone in mano, pronto a scansionare ogni prodotto prima di metterlo nel carrello, potresti essere anche tu vittima dello “Yuka effect”. Il termine, coniato dalla società di consulenza Boston consulting group, è nato per descrivere l’influenza dell’app su ciò che i consumatori acquistano. Un trend confermato dai dati: secondo uno studio sull’impatto della piattaforma, il 94% degli utenti americani dichiara di rimettere a posto i prodotti con valutazione negativa, mentre il 92% afferma di aver ridotto il consumo di cibi ultra-processati da quando ha iniziato a utilizzarla. Fondata nel 2017 dall’imprenditrice francese Julie Chapon, Yuka – che analizza i codici a barre e fornisce un giudizio immediato sul profilo salutistico di alimenti e cosmetici (eccellente, buono, mediocre o scarso) – non è legata ad alcuna azienda: si finanzia soprattutto tramite gli abbonamenti degli utenti e, in misura minore, con la vendita di libri, calendari e altri servizi.
L’app influenza anche l’industria alimentare
Influenzando la spesa delle persone, l’effetto Yuka ha finito per coinvolgere anche l’industria alimentare. Un’indagine dell’istituto francese Ifop, condotta a febbraio 2026 su 200 professionisti del settore, mostra come, a otto anni dal lancio, il suo impatto sul mercato sia ormai tangibile: il 78% dei produttori riconosce che il punteggio dell’app incide sulla formulazione dei prodotti e il 41% dichiara di tenerne conto in modo sistematico. Tra i casi più citati, c’è quello della catena francese Intermarché, che per migliorare i giudizi sulla sua private label, avrebbe eliminato numerosi additivi e riformulato oltre 2.000 ricette. Da questa primavera sarà il primo supermercato a esporre il punteggio Yuka su tutte le sue referenze online, accanto all’etichetta Nutri-Score. Anche Biocoop, una delle principali catene francesi di distribuzione biologica, avrebbe riformulato 90 prodotti a marchio proprio eliminando gli additivi controversi.









