Sono ben note le proteste dei cittadini di Tbilisi, iniziate in seguito all’annuncio del primo ministro Irak’li K’obakhidze di interrompere temporaneamente gli sforzi di avvicinamento a Bruxelles, avvenuto immediatamente dopo le controverse elezioni politiche del 2024. Meno noto è il fatto che queste mobilitazioni restino sostanzialmente circoscritte alle grandi città, a partire dalla Capitale.
Sebbene circa un terzo della popolazione georgiana risieda proprio a Tbilisi, le immagini delle manifestazioni antigovernative tendono spesso a distogliere l’attenzione dalle aree rurali del Paese. Qui, nonostante i benefici derivati negli ultimi anni dagli investimenti europei, la conoscenza di tali interventi resta limitata e la consapevolezza politica sull’integrazione europea appare meno diffusa. In queste zone, anche la necessità di assumere una posizione in un contesto globale fortemente interconnesso sembra meno sentita, nonostante la presenza di attori esterni pronti a influenzare le aree limitrofe.
Per la Georgia, il principale fattore di rischio è rappresentato dalla Russia, che, pur non necessariamente intenzionata a un’invasione militare come avvenuto quasi vent’anni fa, mantiene un forte interesse a preservare la propria sfera d’influenza, anche attraverso una politica estera segnata da elementi antidemocratici sotto la guida di Vladimir Putin.







