Il convegno organizzato da Eli Lilly a Milano fa il punto su dati, biologia e pregiudizi: perché la narrazione sbagliata è essa stessa un fattore di rischioIl convegno organizzato da Eli Lilly a Milano fa il punto su dati, biologia e pregiudizi: perché la narrazione sbagliata è essa stessa un fattore di rischioEntro il 2035, metà della popolazione mondiale vivrà con sovrappeso o obesità. Non è una proiezione catastrofista: è la traiettoria che emerge dai dati epidemiologici, confermata oggi da medici, ricercatori e psicologi riuniti a Milano per un media tutorial organizzato da Eli Lilly. Il titolo era già un programma: "Raccontare l'obesità, oltre lo stigma e i luoghi comuni". Perché il modo in cui si racconta una malattia non è un dettaglio secondario. È parte del problema.I numeri dell'obesitàIn Italia sono sei milioni le persone obese, il 43% della popolazione presenta un eccesso ponderale. Il Paese negli anni Ottanta se la cavava meglio, oggi i numeri si sono avvicinati alla media mondiale, con un gradiente geografico che tocca comunque tutte le regioni. A livello globale, il costo stimato per curare le patologie legate all'obesità nel 2035 supererà i quattromila miliardi di dollari, mentre ogni anno oltre un milione di decessi sono già attribuibili alle sue complicazioni.Sul piano legislativo l'Italia è arrivata tardi: è tra gli ultimi Paesi europei ad aver riconosciuto l'obesità come malattia cronica recidivante, con la Legge Pella del 2025. Ma il riconoscimento è rimasto incompleto - chi si cura con i farmaci deve ancora capire chi pagherà. La Regione Lombardia sta tentando di anticipare i tempi con un progetto che prevede l'accesso gratuito per le fasce di reddito più basse e un fondo dedicato.Non è una questione di disciplina"Dire a una persona con obesità che deve dimagrire è come dire a una persona con reddito basso che dovrebbe guadagnare di più e spendere meno". Edoardo Mocini, medico chirurgo specialista in Scienza dell'Alimentazione all'Università E-Campus, usa questa analogia per smontare l'idea che l'obesità sia una questione di disciplina. La narrazione della persona pigra e ingorda è clinicamente infondata, eppure resiste. Tra il 40 e il 70% della variazione di peso tra individui è attribuibile a fattori genetici. Il controllo dello stile di vita funziona nel breve termine, ma circa l'80% del peso perso viene recuperato entro tre-cinque anni. "Non esiste ad oggi un solo protocollo comportamentale che si sia dimostrato efficace nel trattamento dell'obesità nel medio e lungo termine", ha detto Mocini.Mikiko Watanabe, endocrinologa e ricercatrice alla Sapienza Università di Roma, ha spiegato perché: siamo stati selezionati per resistere alle carestie. Quando il peso cala, il metabolismo si abbassa e rimane depresso per anni, gli ormoni dell'appetito aumentano e si perde massa magra - quella che brucia energia. In generale, il genoma umano non è cambiato, mentre l'ambiente in cui viviamo sì, e in modo radicale. A questo si aggiunge il food noise, pensieri ossessivi sul cibo difficili da silenziare con la sola volontà, su cui i nuovi farmaci - semaglutide e tirzepatide, molecole della famiglia delle incretine - si sono rivelati molto efficaci.Il gradiente Nord-Sud nell'obesità infantile, ha spiegato Mocini, non riflette una diversa cultura alimentare, come spesso erroneamente si pensa, ma una diversa disponibilità di spazi per il gioco, di reddito, di tempo. Le donne sono ulteriormente svantaggiate dal carico del lavoro di cura. E nemmeno i farmaci per altre patologie sono neutri: alcune molecole usate per la pressione o per i disturbi dell'umore possono indurre aumento di peso in chi è geneticamente predisposto.Il danno del pregiudizioTrecento millisecondi: il tempo che il cervello impiega per formulare un giudizio basato esclusivamente sul peso corporeo. Lo ha ricordato Emanuel Mian, psicologo specialista in psicoterapia presso l'Istituto Nazionale per la Cura dell'Obesità di Milano. Per millenni il grasso era stato simbolo di prosperità, ma negli ultimi cento anni l'associazione si è invertita. E lo stigma non è solo fastidioso: produce danni clinici misurabili. Subire discriminazioni legate al peso può aumentare la frequenza delle abbuffate e allontanare i pazienti dalle cure. "La grassofobia è l'ultima forma di discriminazione formalmente accettata", ha fatto notare Mocini. Mian ha aggiunto che l'obesità è l'unica malattia cronica per cui la colpa viene attribuita esplicitamente al paziente - con una doppia condanna: essersi ammalati e poi - spesso - cercare una "scorciatoia" farmacologica.Il 72% delle immagini online sull'obesità è stigmatizzante, più del 40% ritrae persone senza testa: corpi anonimi, senza identità. Iris Zani, presidente dell'associazione Amici oltre il peso, ha dato voce a chi vive questa condizione: "Da vent'anni cerco di controllare il peso. Siamo i primi ad autocolpevolizzarci" e ha sottolineato anche la necessità di una formazione più solida per i medici di famiglia, spesso impreparati ad affrontare il tema senza riprodurre gli stessi pregiudizi dei pazienti.Come raccontare l'obesitàRaccontare l'obesità come fallimento individuale non è solo inesatto: è controproducente. Rafforza lo stigma, che peggiora la salute, che allontana dalle cure, che aumenta i costi sociali e sanitari. Una narrazione sbagliata diventa così un fattore di rischio. Raccontarla come malattia complessa - con radici genetiche, ambientali, ormonali e psicologiche - non significa deresponsabilizzare nessuno. Significa essere precisi.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
L'obesità è una malattia che colpisce due volte: con i chili in più e con lo stigma
Il convegno organizzato da Eli Lilly a Milano fa il punto su dati, biologia e pregiudizi: perché la narrazione sbagliata è essa stessa un fattore di rischio







