Roma, 23 giugno 2026 – Il sipario si alza e decine di migliaia di smartphone si sollevano all’unisono. Quello che per il pubblico è un rito collettivo sotto le stelle, per l’industria musicale rappresenta la principale cassaforte economica nell’era dello streaming. Il business dei concerti estivi in Italia supera ormai il miliardo di euro di volume d’affari annuo, concentrando oltre la metà dei 20 milioni di biglietti staccati complessivamente proprio nei mesi più caldi. Ma come si scompone la spesa del singolo spettatore e chi controlla davvero questo impero?

L’anatomia economica del biglietto

Se prendiamo come riferimento un biglietto dal costo nominale di 60 euro (al netto dei diritti di prevendita dei circuiti di ticketing), la frammentazione dei ricavi è immediata e rigida. Lo Stato trattiene il 10% di Iva spettacolo (6 euro). Un altro 10% (6 euro) spetta alla Siae per il diritto d’autore, quota che l'ente redistribuisce a compositori ed editori dopo aver trattenuto una commissione di gestione vicina al 15-20%. Il restante 80% (48 euro) costituisce il budget operativo dell’evento. L'artista principale incassa una percentuale tra il 20% e il 30% del valore del biglietto (12-18 euro), con cui deve remunerare la propria band, i manager e la troupe personale. La quota maggiore, tra il 50% e il 60% (30-36 euro), resta all'impresario, il promoter locale o nazionale, che sostiene il rischio d'impresa e deve coprire l’immensa mole dei costi vivi.