Donald Trump ha scambiato l’Italia per una pista di decollo. Ha sbagliato aeroporto, governo e secolo. Questo Paese è alleato degli Stati Uniti, non una loro dependance nel Mediterraneo. Sta nell’Occidente, non sotto l’Occidente. Rispetta gli accordi, ma non accetta che gli accordi diventino ordini urlati da Washington.

Giorgia Meloni ha fatto bene a rispondere come ha risposto. Senza isteria, senza antiamericanismo da cortile, senza inchini. Ha ricordato a Trump una cosa che in Italia qualcuno pronuncia quasi con imbarazzo. Siamo ancora una Nazione sovrana. Le basi americane sul territorio italiano non sono proprietà privata della Casa Bianca. Sono regolate da accordi e responsabilità politiche. Un alleato serio non chiede all’altro di violare le regole. Le rispetta. Il punto non è la permalosità di Trump. È il nuovo equilibrio dell’Occidente. L’America trumpiana considera le alleanze come contratti da rinegoziare ogni mattina, possibilmente a proprio vantaggio. Nel mondo di oggi contano gli Stati capaci di difendere interessi, rotte, energia, industrie e infrastrutture. Gli altri commentano.

Per questo la vicenda delle basi parla anche di trasporti. La sovranità non è un sentimento da comizio. È capacità materiale. Un Paese è sovrano se può muovere uomini, merci, energia e produzioni senza restare prigioniero delle crisi altrui. La sovranità ha porti profondi, ferrovie efficienti, interporti funzionanti, dogane rapide, aeroporti connessi e corridoi europei completati. La sovranità non si declama. Si collega. Nelle stesse ore in cui Trump attacca Meloni, i giornali raccontano la nuova tensione sullo Stretto di Hormuz, i negoziati che arrancano e il traffico globale che torna fragile. Basta questo per capire quanto sia vecchia la politica italiana quando riduce i trasporti al singolo treno. Uno stretto marittimo che si chiude colpisce energia, merci, prezzi, imprese, porti, autotrasporto e catene produttive.