Per mezzo secolo il robot industriale ha avuto un posto preciso nel mondo, ed era dietro una rete metallica. Una gabbia, letteralmente. Bracci d'acciaio che saldavano, avvitavano, sollevavano pesi impossibili, ma sempre rinchiusi in un recinto, lontani dalle mani e dai corpi degli esseri umani. La regola era semplice e rassicurante: l'uomo da una parte, la macchina dall'altra, e tra i due una barriera che nessuno doveva attraversare con il robot in funzione. Era un patto di sicurezza fatto di ferro e di buon senso.

Quel patto si sta sciogliendo. I robot hanno cominciato a uscire dalla gabbia. Camminano nei magazzini, si muovono tra gli scaffali, raccolgono pacchi accanto a operai in carne e ossa, percorrono corridoi dove transitano persone distratte, stanche, di fretta. Alcuni hanno persino due gambe e una sagoma vagamente umana. E proprio mentre questo accade, arriva la domanda che fino a ieri sembrava un esercizio per filosofi e che oggi è diventata un problema di ingegneria concretissimo: chi garantisce che una macchina capace di imparare e di decidere da sola non finisca per fare del male a chi le sta vicino?

L'annuncio del 22 giugno

Il 22 giugno NVIDIA ha provato a dare una risposta. Ha annunciato Halos for Robotics, presentato come il primo sistema di sicurezza a stack completo pensato per robot e physical AI che operano accanto alle persone, capace di unificare in un'unica architettura hardware, software e strumenti di validazione per macchine che devono percepire, decidere e agire nel mondo reale. Detta così sembra l'ennesimo annuncio tecnologico, di quelli che scivolano via tra un comunicato e l'altro. Ma sotto la superficie c'è qualcosa che ci riguarda tutti, perché parla del posto che le macchine occuperanno nelle nostre giornate, nei nostri luoghi di lavoro, forse un giorno nelle nostre case.