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Ferruccio de Bortoli

L’industria italiana denuncia distorsioni e svantaggi competitivi, mentre la finanziarizzazione delle quote alimenta nuove criticità. La Commissione Ue prepara una riforma del sistema che assegna un prezzo all’inquinamento

L’ossessione dell’industria italiana, giustificata ma forse un po’ eccessiva, è tutta nell’acronimo Ets (Emissions trading system). Ovvero il mercato europeo dei certificati per inquinare, creato nel 2005 con l’obiettivo di favorire la decarbonizzazione, liberare risorse per la transizione energetica, stimolare gli investimenti delle imprese nella sostenibilità. Il principio base (cap and trade) è quello di far pagare chi inquina riducendo progressivamente la disponibilità dei certificati e, dunque, aumentandone il costo. Questo sulla carta, molto sulla carta. Il governo Meloni è impegnato nel convincere la Commissione europea a varare una radicale riforma del meccanismo. Una proposta di revisione sarà annunciata in luglio e vi lavora il commissario per il Clima, l’olandese Wopke Hoekstra. L’Italia ne ha fatto — giustamente per alcuni aspetti che vedremo — una bandiera. Anche perché senza la possibilità di ridurre il peso dei certificati sulla formazione finale del prezzo dell’energia la promessa di alleggerire le bollette elettriche rischia di restare vana. Quali sono le principali criticità emerse in questi anni di discussa applicazione del mercato dei certificati? Prima di tutto si è sottovalutato l’effetto negativo sulla competitività di diversi settori industriali europei. Gli impianti manifatturieri dell’Unione, interessati al meccanismo Ets, erano 6 mila 391 nel 2013. Nel 2024 sono scesi a 5 mila 457. Circa il 15 per cento in meno. Quelli chiusi sono andati fuori mercato per colpa degli Ets? Probabilmente non tutti, ma buona parte ne ha subito le conseguenze. Il sistema è stato progettato per accrescere, soprattutto nell’offerta di beni e servizi più sostenibili, la competitività europea non per spegnerla.