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Carlos Passerini, inviato a Dallas
L'argentino è diventato il miglior marcatore nella storia dei Mondiali
«Veinte años no es nada», «vent’anni non sono nulla», dice un tango di Gardel, forse il più famoso, Volver, che significa tornare. Ma anche due volte venti non sono nulla se ti chiami Messi, che esattamente quarant’anni dopo la Mano de Diòs, 22 giugno 1986, quando Maradona stese gli inglesi in Messico prima col trucco e poi segnando il gol più bello di sempre, diventa il miglior marcatore della storia dei Mondiali: 18 reti, staccato il tedesco Miroslav Klose, fermo a 16. In questo torneo sono già cinque. Sorride, Leo. Attorno a lui gli austriaci sono a terra, dopo il doppio sinistro vincente che vale i tre punti e la qualificazione aritmetica ai sedicesimi con un turno d’anticipo sul programma. Guarda in alto, col solito gesto rivolto al cielo: una dedica alla nonna Celia, che lo ha cresciuto a Rosario. Non c’è più da molto tempo. Ma, c’è da giurarci, adesso il pensiero va anche a Maradona e soprattutto a papà Jorge, malato da tempo.
Nei giorni scorsi è successo di tutto: una star dei social di Buenos Aires ne ha addirittura annunciato la morte, costringendo la famiglia a smentire la notizia falsa con un comunicato. La squadra si è stretta attorno al suo numero dieci, che un contraccolpo evidentemente lo ha subito, visto il rigore sbagliato malamente dopo un pugno di minuti. Ma che ha saputo riprendersi e trascinare, di nuovo, i compagni alla vittoria. «Siamo felici, in campo ci divertiamo, non sarà facile ma siamo qui per vincere un’altra Coppa del Mondo», e gli brillano gli occhi. Non una prestazione sbalorditiva, quella dell’Albiceleste. C’è stata pure una certa sofferenza, in alcuni momenti. Ma la si può leggere nel modo inverso: anche quando non incanta, sa raggiungere l’obiettivo. È la qualità dei migliori, la vera differenza dei campioni.











