di
Marco Bonarrigo
La proposta della difesa di Schwazer («Chiederemo le controanalisi solo se verrà analizzato anche il Campone C») è irricevibile. Incastrare un atleta impresa quasi impossibile
Gli esperti concordano: alterare un campione di sangue per introdurvi dell’Epo allo scopo di «incastrare» un atleta è un’impresa se non impossibile molto complicata perché il fluido passa direttamente dalla vena del soggetto sottoposto a test alla provetta sigillata da dove viene aspirato da un apparecchio per la cromatografia liquida accoppiato con uno spettrometro di massa, senza alcun intervento umano. Inquinare sangue e urine (loro più facilmente manipolabili, almeno sulla carta) prelevate nello stesso momento dal medesimo atleta ottenendo la stessa ratio di positività è ancora più difficile: l’Epo non si trova con analisi chimiche tradizionali ma con metodi di elettroforesi che dopo venticinque anni di test contro il più potente ed efficace degli ormoni peptidici (reso celebre da Lance Armstrong, ma ormai usato solo da atleti di secondo piano) sono considerati ormai attendibilissimi. I casi di falsa positività o di positività non confermata dalle controanalisi sono praticamente nulli.
È difficile capire con quali argomenti Sandro Donati — presente alla gara di Schwazer, che pure non allena più da anni — abbia potuto convincere l’ispettore di Nada presente al controllo del 26 aprile a consegnargli il contenitore «vascello» in cui Schwazer aveva urinato, dopo che con questo erano state riempite le provette A e B (almeno 90 e 30 ml, rispettivamente) destinate ad analisi e controanalisi in laboratorio. È difficile capirlo perché il punto 7.4.12 della procedura di controllo delle urine prevede tassativamente che la quantità residua venga subito «eliminata dal prelevatore di fronte all’atleta», cosa che espone lo sventurato ispettore medico al rischio di licenziamento.










