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I giudici hanno ritenuto insufficienti le garanzie sulle carceri greche
di Andrea GianniMILANODue violente rapine a mano armata in Grecia, la fuga in Italia e infine la giustizia che lo scorso 23 marzo dopo tanti anni ha presentato il conto, con l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo del 2014 a carico del 36enne italo-albanese R.S. La stessa giustizia che ora lo ha rimesso in libertà, negando l’estradizione chiesta dalla Grecia perché le condizioni delle carceri in quel Paese, scrive la Corte d’Appello di Milano, lo "esporrebbero a un rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali e di deterioramento rapido, significativo e irrimediabile del suo stato di salute". Non sono bastate le rassicurazioni fornite dalla Grecia ai giudici, che hanno accolto i rilievi contenuti in una memoria della difesa. "La Corte d’Appello di Milano ha affermato un principio molto importante: la cooperazione giudiziaria europea non può prevalere sui diritti fondamentali dell’uomo", spiegano l’avvocato Alexandro Maria Tirelli e il team dello studio legale International Lawyers Associates. "La sentenza non mette in discussione il mandato d’arresto greco, ma le condizioni del sistema penitenziario ellenico nel suo complesso. Si tratta di una decisione storica – prosegue – destinata a incidere anche sui futuri rapporti con Atene in materia di consegna delle persone ricercate". Ma andiamo con ordine, partendo dalle due violente rapine in Grecia al centro del mandato d’arresto emesso nel 2014. La prima è avvenuta il 28 luglio 2010, quando un commando ha assaltato la villa di una facoltosa famiglia a Chaniotis, località turistica nella Penisola Calcidica. Armati di pistole, hanno minacciato la coppia e i due figli minorenni. Poi sono fuggiti con 3.950 euro, carte di credito, qualche oggetto di valore arraffato nelle stanze, cellulari e anche due auto che erano parcheggiate nel garage. Il secondo colpo il 9 febbraio 2013, con un simile modus operandi. Una banda composta da quattro uomini, con il volto coperto da passamontagna, è entrata in un’impresa di materie plastiche a Salonicco. Il titolare è stato minacciato con una pistola, picchiato, legato, imbavagliato e infine rapinato di 3.500 euro. Le indagini hanno portato all’identificazione di R.S., nato in Albania 36 anni fa, che però era già fuggito in Italia e per anni è rimasto latitante, nel Milanese. Ha sposato una donna italiana, e per questo ha acquisito la cittadinanza. Una vita nell’ombra fino a quando a marzo è emerso il suo passato, con l’esecuzione del mandato e gli arresti domiciliari. Nel corso del procedimento la quinta sezione penale della Corte d’Appello di Milano presieduta da Flavia Nasi, competente sulle estradizioni, ha chiesto "informazioni supplementari" alla Grecia sulla detenzione che però si sono rivelate "lacunose e non idonee a fornire adeguate rassicurazioni e garanzie in merito all’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali". Le autorità elleniche hanno indicato infatti due possibili istituti, la casa circondariale di Nigrita e quella di Tessalonica. Due carceri, si legge nella sentenza, "caratterizzati da notevole sovraffollamento", spazi insufficienti e altre criticità, al centro anche dell’ultimo rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, che esporrebbero il detenuto, sofferente di alcune patologie, al "rischio di violazione dei diritti umani". Per questo i giudici hanno revocato la misura cautelare e ordinato "l’immediata liberazione". Si tratta delle stesse criticità sul sistema delle carceri, tra l’altro, che hanno portato alle plurime condanne dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.










