Due definizioni fino a ieri sovrapponibili – essere di sinistra ed essere progressisti – si sono recentemente disaccoppiate. Entrambe un po’ vecchiotte, ma Giuseppe Conte ha avuto il merito, si fa per dire, di rivalutare il termine progressista, facendone un uso spregiudicato e lasciando al Pd l’etichetta di sinistra, che ormai vuol dire tutto e niente.

L’avvocato del popolo non dice mai di essere di sinistra, ed Elly Schlein lo lascia fare, usa raramente quell’aggettivo. Capo di un partito che, interpretando gli umori crescenti, è nato disprezzando destra e sinistra (Pdl e Pd senza elle diceva Grillo), Conte deve far dimenticare il governo gialloverde, il più a destra della storia repubblicana.

Killer spietato del Fondatore e capace di altre efferate punizioni, ha imparato della politica le regole più scabrose, utili per far ballare sulle punte il Pd che con Elly Schlein si è ostinato a ritenerlo un alleato imprescindibile, consegnandosi così alla sua voglia di tornare a Palazzo Chigi, magari addirittura battendola alle Primarie. Sarebbe davvero un capolavoro.

Va riconosciuto al furbo leader postgrillino di avere scelto bene la parola progressista. Un bel termine, più moderno dell’espressione classica di “sinistra”. È comunque servito nell’immediato per smorzare la definizione del grande intellettuale Pci Biagio Di Giovanni, scomparso da poco, che di Conte aveva detto, come dargli torto?: «Davanti a noi sta un uomo inquietante, che ha accettato di presiedere due governi di segno opposto senza battere ciglio, annegando la politica in un pantano di potere senza idee».