La privatizzazione degli enti pubblici italiani continua. Prima il caso della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, sempre più prestata all’uso di privati per feste ed eventi (spesso da parte di esponenti governativi) con le proteste che ne sono seguite. Ora un altro tentativo di imperterrita messa a reddito del patrimonio statale. Si tratta degli Archivi di Stato di Napoli. Il sito della direzione generale archivi ha diffuso un comunicato stampa dove viene descritto come un modello di valorizzazione e modernizzazione della fruizione. Ma questa terminologia, si sa, appartiene a un preciso codice semantico e coincide puntualmente con la perimetrazione di uno spazio prima accessibile divenuto all’improvviso riservato.
Nell’annuncio della pubblicazione del bando per l’affidamento in concessione della gestione dei servizi (inclusa una biglietteria) si dice di volersi ispirare al «virtuoso modello del Palazzo del Senato di Milano» dove un piano da 7 milioni di euro provenienti dai fondi del Pnrr, e in parte da investimenti privati, ha finanziato l’apertura di una caffetteria, di un ristorante e di un’area coworking. Una mescolanza di offerte che l’esempio milanese ha abituato a estendere a qualunque luogo consentendogli di essere contemporaneamente culturale e alla moda. Del resto, trasformare le proposte musicali, artistiche, letterarie in eventi consiste in un sempiterno imperativo dettato dalle logiche di consumo.







