«La colonna sonora della nostra vita», titolava non a caso un documentario uscito sei anni fa che raccontava i cinquant’anni di carriera del grande dirigente e produttore americano, Clive Davis, morto ieri all’età di 94 anni nella sua casa a Manhattan. Talent scout dall’incredibile fiuto, ha creato carriere, scoperto superstar mantenendo un’aurea da deus ex machina a dispetto di qualche scandalo. Autobiografie, biografie non autorizzate ripercorrono la storia di questo stravagante quanto brillante studente di legge nato a New York, che entrò nel mondo della musica…dal reparto amministrativo quando fu assunto come assistente legale alla Columbia. Nel giro di cinque anni, fu promosso a vicepresidente amministrativo dal presidente della Cbs Records, Goddard Lieberson. Ben presto scalò le gerarchie fino a diventare direttore generale della Columbia e nel 1967 fu nominato presidente dell’etichetta, all’epoca più legata alla musica pop e poco in sintonia con i tempi.
DAVIS, dall’incredibile orecchio musicale, intuisce che è necessario un repentino cambio di marcia: folgorato dal rock mette sotto contratto artisti come Santana, Blood, Sweat & Tears, Chicago, Neil Diamond, Billy Joel, Springsteen, e arriveranno anche i Pink Floyd. Ma quando Davis raggiunge l’apice, uno scandalo lo travolge, un’indagine federale scopre una sua appropriazione indebita di 94 mila dollari. La Cbs lo licenzia in tronco. Sembra l’inizio della fine, ma la sua figura viene ‘riabilitata’ dopo un lungo iter giudiziale – e accordi con la major – tanto che nel 1974, Davis accettò la proposta del presidente della Columbia Pictures, Alan Hirschfield, di unire le etichette discografiche in difficoltà dello studio – Bell, Colpix e Colgems – in una nuova entità.










