Viviamo in un'epoca segnata da un apparente paradosso: la privacy viene invocata continuamente, ma allo stesso tempo sembra dissolversi proprio nei casi in cui sarebbe più necessaria. Le recenti vicende di cronaca che hanno coinvolto il delitto di Garlasco e quello di Pierina Paganelli a Rimini riportano con forza questa contraddizione al centro del dibattito pubblico.
Da una parte, la tutela della riservatezza è diventata quasi un principio assoluto. Si evita di pubblicare nomi, fotografie, informazioni personali; perfino notizie che un tempo comparivano normalmente sui giornali locali, come nascite, matrimoni o necrologi, oggi sono sottoposte a vincoli e autorizzazioni. Dall'altra parte, però, quando un fatto di cronaca suscita grande interesse mediatico, la privacy delle persone coinvolte sembra evaporare completamente.
Il tentato suicidio della madre di Andrea Sempio nel caso di Garlasco e il malore che ha colpito Manuela Bianchi nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Pierina Paganelli mostrano quanto possa essere pesante la pressione esercitata dall'attenzione pubblica. In entrambi i casi si tratta di persone che, a diverso titolo, si sono trovate esposte a un'enorme curiosità collettiva. Eppure è bene ricordare che l'interesse mediatico non coincide con una condanna. In uno Stato di diritto, la presunzione di innocenza dovrebbe valere non solo nei tribunali, ma anche nel giudizio dell'opinione pubblica. Né la mamma di Sempio né Manuela Bianchi sono in qualche modo nel nirino della giustizia.






