Lo abbiamo incontrato in una Milano torrida, durante una delle sue trasferte in una città che conosce relativamente poco. «Vivo a New York dal ’97» dice «era il mio sogno fin da bambino. Così appena maggiorenne sono partito da Bitonto, dove sono nato». Il suo è stato un viaggio sola andata, senza passare dal capoluogo lombardo, tappa quasi obbligata per i creativi italiani che vanno all’estero. Nella città che ha visto nascere gran parte della cultura musicale che lo aveva affascinato da bambino, Giuseppe Savoni ha costruito la propria vita senza mai perdere di vista la sua passione più grande.Laureato in Letteratura, per anni ha lavorato nel marketing, senza mai allontanarsi davvero dalla musica. Con il tempo è tornata progressivamente al centro della sua vita, fino a trasformarsi in una professione: oggi è dj, producer e curatore, impegnato tra serate internazionali, produzioni discografiche e progetti di divulgazione.La musica, del resto, è il filo rosso che attraversa tutta la sua storia. A Bitonto, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, mentre i coetanei giocavano a calcio o con le macchinine, il piccolo Giuseppe studiava le esibizioni televisive, imparava canzoni e coreografie a memoria e sognava il mondo scintillante della disco music. Oggi quella stessa passione anima Discobambino, la seguitissima pagina Instagram con cui riscopre e racconta l'età d'oro della musica disco italiana, riportando sotto i riflettori artisti, immagini e immaginari che hanno segnato gli anni Settanta e Ottanta.Sul suo profilo si alternano alcune fra le esibizioni più iconiche della musica italiana anni Settanta: dal corpo scattante di Heater Parisi alla voce ambigua di Amanda Lear, passando per una sensualissima Ornella Vanoni, Pino d’Angiò e tanti altri. Un posto di rilievo lo occupa Donatella Rettore, il primo incontro con la musica, nel senso letterale. «Avevo dieci anni. Durante un concorso musicale condotto da Pippo Baudo riesco ad incontrala. Le dissi di avere tutti i suoi dischi e di ricordare perfino la durata esatta di tutti i suoi brani» racconta. «Lei rimase così impressionata da tenermi in braccio per tutta la sera. Anni dopo l’ho incontrata di nuovo e lei ricordava perfettamente quell’episodio. Oggi siamo amici e spesso ci sentiamo al telefono».“Discobambino” un nome che le calza a pennello«In effetti il nome della mia pagina è un omaggio sia al brano di Heater Parisi (Discombambina, hit del 1979, sigla dello storico programma tv Fantastico ndr) sia alla mia storia personale. Da bambino non ho mai chiesto macchinine o cose simili, la mia passione erano i vinili. Mi piaceva ballare e cantare, al punto che mia madre Lucia decise di portarmi a fare un’audizione in una scuola di musica, a Bari. Avevo solo cinque anni, per questo non volevano nemmeno ascoltarmi. Rimasi malissimo, mi sentivo mortificato per non aver avuto nemmeno la possibilità di esibirmi. Così mia madre insistette per farmi ascoltare dal direttore, davanti al quale cantai il Kobra di Rettore. Risultato? Il giorno dopo mi mandarono in una trasmissione televisiva, su TelePuglia. Il microfono era più grande di me (ride ndr.) ma fu un’esperienza meravigliosa».Disco music italiana e Italo disco: due termini utilizzati come sinonimi ma che indicano due storie diverse. Giusto?«Sono due cose un po’ distinte: L'Italian Disco music è quella che si sviluppa verso la fine degli anni 70, un tipo di musica molto “musicale” dove prevalevano strumenti tradizionali e orchestrali. La “Italo-disco” invece, si diffonde con l’arrivo dei sintetizzatori e dei computer nei primi anni ’80. Sono due sound completamente diversi e soprattutto due fenomeni culturali molto diversi: la disco music italiana era un fenomeno più compatto mentre dagli la Italo disco è più frammentata. Mi piace sottolineare la dimensione culturale di questi generi musicali, oltre a quella estetica, artistica, a volte anche un po' “baraccona” che però che ha anche un suo valore. Il bello di quel periodo è che mainstream e underground seguivano un po' la stessa pista». Solo nostalgici o c’è anche la tanto temuta “GenZ”?«Le racconto un episodio recente: avevo una serata a Copenhagen. Quando ho visto che c’erano tanti giovani di appena vent’anni ho pensato: sarà disastro totale. Invece hanno ballato fino all'ultimo pezzo! (ride ndr). Sul finire della serata si avvicina una ragazza giovanissima e mi chiede “posso farti una domanda un po' rude? quanti anni hai?” le ho risposto cinquantadue e a quel punto lei risponde “ah ecco perché sei suonato della musica pazzesca! Grazie!”. Ed è tornata a ballare. Mi ha davvero emozionato quel momento, perché ho realizzato di lasciare qualcosa alle nuove generazioni. Un po’ come io studiavo la letteratura dell'Ottocento a scuola (ride ndr.) magari i ragazzi di oggi studiano la cultura pop, perché è una cultura».Quali sono i personaggi che ama di più?«Ho riscoperto tantissimo Nadia Cassini, che è stata sempre un po' messa in panchina forse per una forma di pregiudizio nei confronti della sua bellezza. Una donna che si è impegnata tantissimo per dimostrare che oltre la sua bellezza ci fosse molto altro, pur rivendicando il diritto a usare l’avvenenza fisica come forma espressiva. Donne come la Cassini, Raffaella Carrà, Stefania Rotolo, per me sono delle eroine perché sono state capaci, in un contesto difficile e sessista come lo showbiz dell’epoca, di splendere, di essere delle star, e quindi anche di ispirare gli altri. Naturalmente ci sono anche personaggi maschili come Ivan Cattaneo. Sa che all’estero è forse più apprezzato che in Italia? Appartiene a una generazione di artisti che faceva tutto da sola: scriveva, costruiva la propria immagine, pensava ai costumi, alle copertine e alle performance. Ha anticipato temi e linguaggi che oggi ci sembrano normali, ma che allora erano rivoluzionari. Per questo credo meriti molto più rispetto e riconoscimento di quanto abbia ricevuto».Quali sono i suoi prossimi progetti?«Il 26 giugno uscirà Dancing Without You, il nuovo singolo realizzato insieme a Nile Rodgers, fondatore degli Chic e figura centrale della disco music internazionale. Alla voce c'è Sophie Ellis-Bextor, la cantante britannica diventata celebre con Murder on the Dancefloor. È un brano che rende omaggio alla disco italiana di fine anni Settanta e all'immaginario dei grandi varietà televisivi dell'epoca: le luci, le orchestrazioni, l'eleganza e quel senso di sogno che caratterizzava la televisione italiana di allora. La canzone racconta una diva amata dal pubblico ma segnata da una profonda malinconia privata. In questa figura rivedo qualcosa di artiste come Raffaella Carrà e Stefania Rotolo. Per me è stato emozionante unire questo immaginario così italiano al talento di Sophie Ellis-Bextor e al tocco inconfondibile di Nile Rodgers».