Matteo Meschiari è un intellettuale unico oggi in Italia. Antropologo e geografo raffinato (cattedra di Geografia a Palermo), scrittore di romanzi molto apprezzati dalla critica (su tutti “L’ora del mondo”, premiato dalle Classifiche di qualità), poeta e autore di saggi in cui risuona continuamente la portata politica di un lungo e coerente lavoro, ha appena pubblicato un libro molto importante per leggere gli orrori a cui assistiamo da tre anni. S’intitola “Mappe di Palestina. Una controgeografia per la pace” (Bollati Boringhieri). È un lavoro denso e documentatissimo in cui Meschiari unisce le sue anime di scrittore, poeta e saggista, pur di gettare un fascio di luce sull'oscurità.L’idea centrale del libro, mai espressa esplicitamente, ma molto evidente alla fine della lettura, è che disegnare confini e tracciare mappe, ovunque ma in particolare nell'area di cui tratta il libro, è uno strumento di guerra, ma può dunque anche essere strumento di pace. Dobbiamo conoscere, studiare, capire. Forse non tutto è perduto. Del resto, questo lavoro nasce dal precedente libro di Meschiari, opera che ha avuto un grande impatto non solo fra gli studiosi e gli appassionati: “Terre che non sono la mia” (Bollati Boringhieri, 2025). Proprio lavorando sulla controgeografia che attraversava la storia della cartografia raccontata dal libro, l'idea è nata. Dice lui, ora, che tutto ebbe inizio da una lunga conversazione con Michele Luzzatto, il direttore editoriale della casa editrice torinese, «immaginando un libro che fosse sulla scia di Terre ma anche molto diverso, meno romantico, meno ecumenico, più esposto su quello che Franco Farinelli chiama il “cuore di tenebra” della cartografia. Un’esperienza che poi si è rivelata sorprendente. Sempre in bilico tra bellezza e orrore, tra meraviglia per una terra ricchissima di storie e culture e al tempo stesso con quel permanente nodo alla gola che solo violenza e male sanno farti provare anche quando non ti colpiscono direttamente».Il libro, del resto, è a sua volta sorprendente. Per la continuità di guerra e distruzione fin dai tempi più perduti nel passato. Per le vicende che segnano la metà del lavoro, ossia tutto ciò che è avvenuto prima del sionismo.«Geograficamente siamo in una terra di fitti passaggi umani, di contrasti ambientali, di disparità di risorse, ma per me c’è qualcosa che ha a che fare col sacro e con la violenza che sempre lo caratterizza. Una terra sacra per tutti ma in modi così diversi da generare eterni conflitti. Credo che la Palestina storica sia forse l’esempio più iconico di quello che io definisco il “collasso neolitico”, cioè l’effetto domino generato nella storia dall’avvento dell’agricoltura, con la genesi delle società complesse e del potere gerarchico. Il tutto potenziato dall’elemento verticale del monoteismo. Un cocktail esplosivo». Che infatti è esploso. Il libro segue ogni tappa, ma evidentemente ci colpisce soprattutto quando mostra i danni generati da confini tracciati, inventati, violentati o imposti soprattutto negli anni Quaranta. «Non c'è dubbio. Volevo raccontare come chi faceva mappe in quegli anni, progettando un qualche futuro, ha contribuito in maniera sostanziale alla crisi attuale. Le mappe, invece di registrare uno status quo, sono diventate dei veri e propri inneschi di guerra». Inneschi a cui si sono contrapposti tentativi come quello famosissimo del The Atlantic che nel 2010 pubblica una sequenza di mappe capaci di lasciarci senza parole di fronte alla progressiva erosione della Palestina.«L’idea era mostrare che, al di là di fatti geopolitici incontrovertibili, le mappe ci mettono un attimo a diventare strumenti di persuasione, di propaganda, e come tali, da una parte e dall’altra, fomentano conflitto invece di generare occasioni di distensione. Si può fare un lungo elenco di mappe che hanno bruciato occasioni di pace. D'altronde, le mappe esprimono sempre il punto di vista di chi le ha fatte. Se chi le ha fatte era in malafede, allora si devono disegnare nuove mappe per cambiare sguardo, per rovesciare percezioni viziate e stereotipi. E questa è la controcartografia, un’alternativa mentale e politica».Al termine della lettura si ha l'impressione che il colonialismo d'insediamento americano sia il modello del colonialismo d'insediamento israeliano. Soprattutto per l'utilizzo della “wilderness”. È una delle scoperte di Meschiari che colpiscono di più. «Trasformare la natura selvaggia, il paesaggio, la questione ambientale in strumento di guerra etnica è un’invenzione che risale alla nascita dei parchi nazionali americani, con la cacciata dei Nativi che abitavano in quelle terre. Al di là di possibili paralleli, a me sembra uno strumento consolidato della cultura bianca, adottato a suo tempo anche in Canada, Svezia, Russia». L'alternativa, allora, sta tutta nella conoscenza e nella consapevolezza. Obiettivo principale del libro. Soprattutto perché sia a tutti chiaro che si può fare un “uso magico” delle mappe. «Prendiamo un uomo di potere che osserva una mappa. Afferra un pennarello e traccia una linea, oppure semplicemente preme l’indice sulla mappa e dice “questo è mio”. Avere sotto gli occhi quella carta gli dà l’illusione che la cosa sia fatta. Poi però arriva la guerra, le linee disegnate tagliano letteralmente i corpi, e quell’istante di delirio di onnipotenza diventa un secolo. Pensiero magico contro realtà...».“Mappe di Palestina” indica il cammino contrario, un’antropologia profonda che prima delle linee vede e racconta le persone.
Ogni mappa ha dietro molte vite (e una controgeografia per la pace)
Accendono le guerre. Raccontano violenze. Contengono speranze. Un antropologo riflette sulle carte che hanno tratteggiato la Palestina. Occasioni perse per cost








