“Un caso raro di sanzioni contro se stessi”. C’è tutto lo spirito triestino, caustico e irriverente, nella battuta che senti sul molo San Carlo (chiamato anche Audace) all’ora del tramonto. Lì davanti, in mezzo al golfo, ecco l’oggetto dell’ironia: il più grande yacht a vela del mondo. “A”, si chiama, giusto una lettera. Secondo le autorità italiane la sua proprietà sarebbe riconducibile all’oligarca Andrey Melnichenko, nato in Bielorussia e vissuto in Russia.
Ormai è diventato parte del paesaggio di Trieste. Il tre alberi lungo 142 metri da quattro anni è ormeggiato in rada. Sequestrato dalle autorità italiane come sanzione contro Vladimir Putin e i suoi amici dopo l’aggressione all’Ucraina.
Una vicenda interminabile, una serie infinita di corsi e ricorsi giudiziari. Tonnellate di carte da bollo. Fino alle novità degli ultimi giorni: la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che il congelamento dei beni degli oligarchi è legittimo – tra questi la barca (o forse sarebbe giusto chiamarla nave) di Melnichenko – sempre che sia dimostrata la proprietà riconducibile agli imprenditori russi. Questione di lana caprina, però, perché qui ci sono di mezzo trust con sede in tutto mondo. Quindi, in attesa di altre pronunce sull’effettiva proprietà, il super yacht per adesso resta al suo posto. A Trieste, appunto. Una vittoria per lo Stato italiano, ma forse soltanto sulla carta, come vedremo.








