Nel giugno del 2006, quando Jacques Chirac inaugurò il Musée du Quai Branly sulle rive della Senna, il grande dibattito riguardava lo statuto delle opere. Maschere africane, sculture oceaniche, oggetti rituali provenienti dalle Americhe dovevano continuare a essere considerati reperti etnografici o potevano finalmente entrare nel canone dell'arte universale? Il museo nacque per rispondere a questa domanda. E, in larga misura, vinse la sua battaglia. Vent'anni dopo, nessuno mette più seriamente in discussione il valore artistico di quelle opere. Le domande sono altre: come sono arrivate nelle collezioni europee? In quali circostanze sono state acquisite? E soprattutto: chi dovrebbe custodirle oggi?

È in questo scarto che si misura la distanza tra il mondo in cui il Quai Branly vide la luce e quello in cui celebra il suo ventesimo anniversario. La prova arriva in questi giorni da Accra, dove delegazioni provenienti da oltre ottanta Paesi partecipano a una conferenza internazionale sulla giustizia riparativa convocata dal presidente ghanese John Mahama. Sul tavolo ci sono le conseguenze della schiavitù e del colonialismo, ma anche questioni molto concrete: risarcimenti, riconoscimenti formali e restituzione dei beni culturali.