Il video del suo ultimo singolo, “The chicken is naked and afraid”, si apre su una Sofia Isella spettinata, dall’aria più acerba dei suoi ventuno anni, che spacca uova crude coi denti. Parte il chiocciare di un gallo, poi una batteria ossessiva a cui risponde una tromba jazz. La canzone smaschera un fidanzato traditore, ridotto a un pollo nudo e spaurito. Il video è ruvido, girato col telefono in una fattoria abbandonata. A metà Isella addenta un peperone rosso e lo porge a quattro ragazzi nudi e senza volto, raggomitolati in un angolo, ostaggi. Tentano di scappare, lei se li carica in spalla e li riporta in prigione. Ribalta uno dei suoi temi ricorrenti: la misoginia.Ventunenne californiana, un pugno di singoli e tre EP in cinque anni, Isella è arrivata in cima alle classifiche indie con una scrittura disturbante, che andrebbe letta prima ancora che ascoltata. Taylor Swift l’ha voluta opener dell’Eras Tour a Wembley due anni fa. Lo confessa un fan sessantenne: «Mi turba molto. Il ritratto che fa del mondo maschile è orrendo. Ma è veritiero. Io non mi ci riconosco, eppure lo vedo intorno a me. E involontariamente ne faccio parte».Per Isella il patriarcato è la terra dell’assurdo. Lo seziona col bisturi, come un’aliena scesa da un romanzo di Ursula K. Le Guin. I testi, distillati, hanno l’esattezza micidiale della poesia di Anne Sexton. Sylvia Plath è un’altra influenza esplicita. Ma nel suo mondo non c’è nessun Ted che la trascini nella pazzia. Il rapporto con l’universo maschile è capovolto: sono gli uomini ad essere resi folli dalla propria violenza, o schiavi del sesso. In “Sex concept” una vergine testa il proprio potere sessuale su un ragazzo dell’oratorio. Non succede nulla, se non la rivelazione enorme che «il concetto di sesso è più forte del concetto di Dio», frase sacrilega nell’America conservatrice. Il suo femminismo non è consolatorio: in “Everybody supports women” affronta la violenza fra donne, l’invidia, il sabotaggio orizzontale che la sorellanza pubblica fatica a nominare.È bellissima, contesa da sfilate e copertine indie, perfettamente vendibile come enfant prodige femminista ora che la profondità sta tornando di moda. Ma invita le fan a non truccarsi, a non snaturarsi: lei indossa felpe larghe, si copre di fango e carbone. “Showering is for the weak”, gioca sui social. È la sua risposta, squisitamente politica, alla bramosia maschile di purezza femminile, la corruzione dell’angelo, preferibilmente minorenne. Lo chiarisce nella lancinante “Unattractive”, monologo interiore di qualunque donna si sia mai sentita preda: «Mi fai venire voglia di essere disperatamente e completamente sgradevole / di strizzarmi il grasso fuori dal petto finché non è piatto / I tuoi occhi mi strisciano addosso e mi graffiano la pelle / È la sensazione di essere una volpe accanto a una pistola che cammina / fissare la canna senza sapere quando scappare».Quella lucidità si fa critica feroce della pedofilia digitale e del porno in “Above the neck, che apre così: «Tutto quello che è sopra il collo / Tutto tranne l’imitazione della giovinezza va lasciato all’ingresso / Tutto tranne lo sguardo che vende / Hai dodici anni ma ne dimostri venti, o venti ma ne dimostri dodici». Poi il colpo: «C’è un equilibrio bellissimo da raggiungere / quando le donne recitano sia da bambine che da bestie sessuali».Da quale riserva attinge? Alla base c’è il genio: il violino a tre anni, la pratica ossessiva, «anche con l’influenza, sopra la bacinella del vomito». Poi le circostanze: infanzia nomade al seguito del padre, il direttore della fotografia premio Oscar Claudio Miranda, che oggi cura la sua immagine, fortemente anti-hollywoodiana. Nessuna istruzione formale, niente cellulare fino ai sedici anni: solo un illimitato tempo creativo di musica e parole, libri disseminati dalla madre Kellie Bean, scrittrice, GarageBand sempre aperto. «L’educazione a casa ha protetto la mia mente. La noia è importantissima per i bambini. La prima volta che sono entrata sui social sono rimasta confusa: tutti avevano la stessa identica personalità online». Sull’alienazione da smartphone scrive “All of human knowledge made us dumb”. Quella canzone, in concerto, è il cuore del rito. Isella torna ventenne fra le ventenni, scende fra il pubblico, mano contro mano, fronte contro fronte, sotto lo sguardo preoccupato della madre che la segue dalla consolle. Lontano dalle major, quella attorno ad Isella è ancora un’operazione familiare: i video li firma il padre, la sorella fotografa, la madre la accompagna in tour.Il primo EP, già promettente ma oggi introvabile, è del 2019. Poi una maturazione miracolosa attorno a tre ossessioni, il sesso come potere, la religione come violenza, la tirannia del talento estremo, in uno stile indefinibile, blend di rigore classico, elettronica distorta, ritmi industrial. «Ho sempre saputo che questo è il mondo a cui sacrifico me stessa», ha detto a Hannah Ewens dell’Independent. «Sono ancora abbastanza piccola, la gente mi vede ancora come umana». Presto, scrive Ewens, potrebbe diventare meno umana, più icona, più macchina. I detrattori, invece, la definiscono demoniaca, altri, più pigramente, provocatrice. Al cuore della sua intensità disturbante c’è la poesia stessa: versi e suoni da un’unica sorgente. Sofia Isella è una “truth-teller”, una che dice la verità. È questo che sgomenta e riduce al silenzio.
Sofia Isella che fa a pezzi il patriarcato
Magnetica, contesa per le copertine, giovanissima paladina di un femminismo scomodo. Cantautrice irriverente nell’America di Trump, critica il potere e un mondo









