Colpa della politica, che quando vince ci mette la faccia, e quando perde, scappa. A Giovanni Malagò – eletto presidente dall’assemblea della Figc con 343 voti pari al 68,58 per cento contro Giancarlo Abete a cui sono andati 145 voti pari al 29,17 per cento - toccherà quella che lui stesso definisce “una sfida complicatissima”. Non tanto riportare l’Italia ai Mondiali. Dopo tre mancate qualificazioni, a un quarto flop non ci vuole pensare nessuno. La “grande responsabilità” a cui chiama il sostegno di tutti è cambiare qualcosa nel calcio, con il consenso di chi quei cambiamenti dovrebbe almeno in parte subirli. E con l’affiancamento della politica, il governo, che tanta parte avrà nelle riforme ma che della Figc non è stata amica, tanto più dopo il tracollo della mancata qualificazione a Usa 2026.

“Abbiamo davanti – dice Malagò parlando ai delegati riuniti al Waldorf Astoria – due anni e mezzo di legislatura e un anno e qualcosa di legislatura politica. Bisognerà ricostruire delle dinamiche di dialogo, nell’interesse reciproco, come chiesto da tutti”. Dopo la ferita profonda dell’esclusione dai Mondiali, tutte le componenti del calcio italiano accusano il governo. È un coro. Capeggiato dal presidente uscente Gabriele Gravina, costretto alle dimissioni anche dal pressing del centrodestra, e nonostante che in Figc avesse il sostegno del 98 per cento dei delegati. È lui il primo a ricordare che “il calcio rappresenta una infrastruttura sociale che muove 1 milione e 400 mila operatori, con un impatto economico senza confronti rispetto agli altri sport. I problemi – ricorda Gravina - non si risolvono cambiando il presidente federale. Lo si fa con una riforma dei campionati, con gli investimenti nei vivai, con una politica partner per scegliere il bene comune”. E invece, conclude, dall’esecutivo “non è arrivato neanche un euro”.