Mentre i mercati internazionali dell’energia registrano scossoni significativi, con il prezzo del barile in ritirata strategica, gli automobilisti italiani si trovano a fare i conti con un paradosso economico difficile da digerire. I dati analizzati nell’ultimo mese descrivono una realtà a due velocità: da una parte un petrolio che “affonda”, dall’altra listini dei carburanti che scendono con una lentezza esasperante. Al centro della polemica c’è un numero preciso: 18 punti percentuali, ovvero la differenza tra quanto è calata la materia prima e quanto è effettivamente diminuito il costo del pieno.
Il baratro tra Brent e listini alla pompa
Per comprendere l’entità dello squilibrio, occorre guardare ai numeri ufficiali forniti dalle associazioni dei consumatori. Lo scorso 20 maggio, il Brent (parametro di riferimento europeo per il greggio) veniva scambiato a circa 105 dollari al barile. In soli trenta giorni, grazie anche alla prospettiva di un accordo tra Iran e Stati Uniti, le quotazioni sono crollate a 80 dollari, segnando una contrazione del 23,8%.
Tuttavia, questo “calo verticale” si è trasformato in un flebile segnale ai distributori. La benzina è passata mediamente da 1,961 a 1,841 euro al litro, con una flessione di appena il 6,1%. Ancora più marcata è la resistenza del gasolio, sceso da 1,980 a 1,937 euro al litro: un calo del 2,2% che appare quasi simbolico se confrontato con la picchiata del petrolio.










