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I magistrati contabili scendono in piazza contro la riforma della Corte dei conti. Lo ha deciso la scorsa settimana l’Associazione magistrati della Corte dei conti, che ha proclamato lo stato di “agitazione” contro la riforma, primo firmatario Tommaso Foti (FdI) e relatore Pierantonio Zanettin (FI), approvata dal Parlamento all’inizio dell’anno. Visto quanto accaduto, con successo visto il risultato del referendum, con la magistratura ordinaria, la dinamica appare scontata: la riforma viene descritta come un “attentato” all’indipendenza dei giudici. La nota approvata dall’assemblea dei magistrati contabili il 19 giugno contesta infatti quasi tutti i punti qualificanti della riforma: il rafforzamento dei poteri del Procuratore generale, la riorganizzazione delle Sezioni regionali e centrali, l’esercizio unitario delle funzioni e la distinzione tra funzioni requirenti e giudicanti. In sostanza, si chiede al governo di rinunciarvi.

Eppure la riforma nasce da un’esigenza difficilmente contestabile: aumentare l’efficienza di un sistema che da anni mostra limiti evidenti. Dal 2019 ai primi mesi del 2025, la Corte dei conti ha recuperato circa il 10 per cento delle somme oggetto di condanna: poco più di 300 milioni di euro a fronte di oltre 3 miliardi accertati nelle sentenze. La domanda è semplice: che senso ha emettere condanne milionarie se poi quelle somme restano sulla carta? Per il contribuente conta il recupero effettivo delle risorse sottratte alla collettività, non il valore teorico delle sentenze. Un sistema che accerta responsabilità senza riuscire a trasformarle in entrate per l’erario rischia di perdere gran parte della propria funzione. È proprio da questa constatazione che nasce la riforma promossa dalla maggioranza di governo. Uno dei punti centrali riguarda, come detto, il Procuratore generale. Le bozze attuative prevedono maggiori poteri di coordinamento, la possibilità di monitorare le istruttorie in tempo reale e, in casi particolari, di intervenire nei procedimenti più rilevanti. L’Associazione dei magistrati parla di «gerarchizzazione». Ma in qualsiasi struttura complessa il coordinamento serve a garantire uniformità di indirizzo, evitare disparità territoriali e assicurare una maggiore coerenza nell’azione degli uffici.