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uglio 1975. Duecentoventinove chilometri sul livello del mare. Due moduli spaziali, di progettazione e fattura molto diverse, sfrecciano affiancati a 28.000 km/h su un’orbita circolare attorno alla Terra. Il primo è verde, snello e tondeggiante, pare un pupazzo di neve allungato, con due ali di pannelli solari rettangolari attaccate alla base. Il secondo è bianco e grigio, grande quasi il doppio del primo, ha un corpo cilindrico tozzo con una punta conica, agganciata a sua volta a una strana appendice scura. Uno è decollato dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. L’altro dal Kennedy Space Center, in Florida. Si sono incontrati grazie a delicate manovre eseguite nell’arco di due giorni, e ora ballano un cauto valzer di avvicinamento. Piccole nuvolette di gas combusti, emesse dagli ugelli del modulo Apollo, americano, lo pilotano manualmente verso il Soyuz, sovietico. A terra, le due superpotenze combattono ormai da anni la guerra fredda, tra continue minacce e tensioni. Nello spazio, i moduli si agganciano, i portelloni si aprono, e gli astronauti di nazioni ufficialmente nemiche si stringono la mano.

Fu questa la sognante e precoce scintilla, denominata “Progetto di test Apollo-Soyuz” da parte americana e “Soyuz-Apollo” da parte sovietica, che tracciò la via per la realizzazione della più grande e complessa opera di ingegneria mai prodotta dall’umanità, attualmente in orbita attorno alla Terra: la Stazione spaziale internazionale (International Space Station, ISS). Assemblata nel corso di più di dieci anni, frutto della collaborazione tecnica e diplomatica di 15 Paesi, raggruppati sotto l’egida di 5 agenzie spaziali (NASA, Roscosmos, ESA, JAXA, CSA), la ISS è il laboratorio scientifico più avanzato mai costruito. Come tutti i sogni, anche quello della ISS dovrà finire. Nel 2031 è previsto il suo pensionamento e una seconda Stazione spaziale internazionale, più moderna, più efficiente, aperta anche ad altre agenzie spaziali, non ci sarà.