di
Greta Privitera
Per Khamenei il Libano è la prova del nove dell'intesa ma Netanyahu non cede
DALLA NOSTRA INVIATA LUCERNA Al Bürgenstock Resort, a un certo punto, si capisce che qualcosa si è spezzato. Si corre sui siti dei media della Repubblica islamica: «La delegazione lascia la sala dei colloqui». Nell’albergo a cinque stelle i telefoni squillano tutti insieme: «Che succede? Stanno facendo saltare tutto?». Da Teheran filtra che è una protesta contro l’ennesima raffica di minacce di Donald Trump, tornato a promettere bombardamenti «ancora più duri» e ad avvertire che, se Hormuz verrà richiuso, «l’Iran non avrà più un Paese». Proprio mentre i guardiani del processo, Mohammed Ghalibaf e Abbas Araghchi, e i tre americani JD Vance, Jared Kushner e Steve Witkoff provano a disegnare il perimetro dei colloqui veri, quelli sul nucleare.
Passa qualche ora e arriva la frase che spegne l’allarme: un diplomatico assicura che la delegazione iraniana «resta impegnata» nel negoziato e non lascia la Svizzera. La scena anticipa che cosa ci attende nei prossimi sessanta giorni. La fase due del memorandum, quella che deve trasformare un cessate il fuoco in un accordo sul programma atomico, sarà un percorso in cui ogni parola può far deragliare il convoglio.












