Nato come blended nel 2003, recentemente ha cambiato pelle. Lo ha fatto perché negli ultimi anni la nuova generazione di produttori è più attenta alla trasparenza

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Il whisky giapponese, nato nel 1924, quando Masataka Taketsuru tornò dalla Scozia e replicò esattamente i metodi produttivi, è esploso come trend mondiale a cavallo del nuovo millennio, con relativo boom di consumi e prezzi. Accanto ai nomi più noti dei due colossi Suntory (Yamazaki e Hakushu) e Nikka (Yoichi e Miyagikyo), un esercito di nuovi brand ha visto la luce. Tra questi, Togouchi ha attraversato una parabola interessante.Nato come blended nel 2003, recentemente ha cambiato pelle. Lo ha fatto perché negli ultimi anni la nuova generazione di produttori è più attenta alla trasparenza, tanto da aver modificato quel disciplinare che consentiva di chiamare "giapponese" anche spiriti distillati altrove, che di giapponese avevano giusto gli ideogrammi in etichetta. Ecco dunque che nel 2017, con l'apertura della distilleria Sakurao vicino a Hiroshima, Togouchi ha intrapreso la nuova strada indicata dal master distiller Taihei Yamamoto: quella dell'autenticità giapponese.L'eredità sul piatto è il savoir faire del saké, prodotto dalla Chugoku Jozo brewery fin dal 1918. Le filosofie produttive sono due: niente difetti e continuo miglioramento. A partire dalla materia prima: qui si usa solo orzo, maltato soltanto al 10-15%, una scelta del tutto unica. Uniche sono anche la maturazione (che avviene in un tunnel ferroviario dismesso sul freddo monte Osorakan) e ovviamente la distillazione, che risente degli influssi del mare interno di Seto. Gli alambicchi sono pot still, a colonna e ibrido, il vero responsabile dello stile leggero di Togouchi.