Qual è lo stato di salute delle startup in Italia? In quali direzioni e con quali criteri vengono dirottati gli investimenti di fondi e venture capitalist? E con quali conseguenze sulla nascita e sulla crescita delle imprese innovative nel nostro Paese?Domande a cui prova a rispondere il report Sios (StartupItalia Open Summit), promosso da StartupItalia. A un primo sguardo d’insieme, secondo i dati raccolti dal primo gennaio al 6 giugno del 2026, le startup in Italia sono riuscite a ricavare 643,43 milioni, frutto di 83 operazioni. Numeri che magari non dicono molto, ma che diventano più interessanti se rapportati con quelli dell’anno precedente. Nello stesso periodo del 2025, infatti, sono stati raccolti poco più di 350 milioni attraverso 99 round di investimento. Tradotto in termini percentuali: i finanziamenti sono cresciuti dell’80%, nonostante le singole operazioni siano calate del 16%. In parole povere «il capitale – viene sottolineato nel rapporto – nel 2026 si è concentrato finora su un numero inferiore di deal, ma con ticket più consistenti».C’è, insomma, un ecosistema più selettivo e maturo che sta imparando a scegliere dove collocare le risorse da mettere in gioco, nonostante una situazione di atavica arretratezza. «Abbiamo già perso troppi treni, non possiamo mancarne altri. Per recuperare terreno bisogna essere più veloci, più pragmatici e più coraggiosi», avvisa Paolo Barberis, uno dei fondatori di Nana Bianca, acceleratore di startup. «I venture capital hanno sempre di più l’esigenza di non frammentare gli investimenti, e questo spiega i ticket più alti. Se la posta in gioco è alta, non ha senso competere con pochi capitali». Un aiuto, spiega, può arrivare anche da fondi stranieri. Anche se, avvisa Layla Pavone – coordinatrice del Board per l’innovazione tecnologica e la trasformazione digitale del Comune di Milano – la massiccia entrata di capitali dall’estero deve fare anche scattare un campanello d’allarme: «È un’opportunità perché significa che il valore delle nostre startup viene riconosciuto all’estero. Ma ci dice anche che altri vedono un potenziale che noi stessi fatichiamo ancora a valorizzare pienamente. Quando un investitore internazionale – prosegue – decide di investire in una startup italiana, non sta facendo beneficenza: sta vedendo un’opportunità di crescita e di rendimento. Dovremmo chiederci perché una parte consistente del capitale italiano non abbia ancora sviluppato la stessa propensione».Scorrendo la lista dei round di finanziamenti della prima parte di quest’anno si scopre che la maggior parte – circa 6 su 10 – sono compresi tra 1 e 10 milioni di euro. Quasi il 20%, invece, sono sopra i 10 milioni. A fare la parte del leone la raccolta di capitali Rent2cash che punta a rivoluzionare il settore degli affitti immobiliari, consentendo ai proprietari di immobili di monetizzare immediatamente i canoni. A inizio marzo, fintech nata nel Lazio, ha chiuso un ticket da oltre 100 milioni di euro. Da segnalare anche il deal di WeRoad, famoso operatore di viaggi d’avventura, da 58 milioni, guidato dal colosso Airbnb. Capitali che nel caso di Rent2cash serviranno – come scritto sul loro sito – a moltiplicare significativamente la capacità di funding, scalare rapidamente il modello operativo e strutturare operazioni su controparti pubbliche e istituzionali. Con quest’iniezione di liquidità, invece, WeRoad punta a sbarcare sul mercato americano. A seguire, poi, ci sono le raccolte da 47 milioni di Smartness – software di revenue management trentino – i 43 milioni della legaltech Lexroom e i 38 milioni di Niulinx, startup attiva nella mobilità, entrambe lombarde. Anche da questa brevissima carrellata emerge come siano state privilegiate dagli investitori società che si occupano di software b2b o ad alto contenuto tecnologico. Non è un trend cominciato quest’anno, e non è chiaramente neanche solo italiano. Infatti, secondo il report PitchBook European Venture Report 2026, nel primo trimestre dell’anno le startup hanno raccolto complessivamente 21,9 miliardi di euro, circa il 73% in più rispetto al 2025. E a trainare questa crescita le aziende riconducibili all’intelligenza artificiale che hanno cannibalizzato praticamente due terzi del capitale raccolto nel venture capital europeo. L’Italia con il mercato europeo condivide anche la tendenza a concentrare sempre di più gli investimenti, privilegiando società di taglia più grande. Una parabola ben fotografata dai vari rapporti Sios arrivati ormai all’undicesima edizione. Nel primo anno di relazione, il 2015, i finanziamenti totali nell’intero anno si fermavano a 98 milioni di euro. Un deciso cambio di passo arriva tra il 2018 e il 2019, quando il mercato supera prima la soglia dei 500 milioni e poi quella dei 700 milioni di euro. «È la fase – si legge nel report – in cui il venture capital italiano inizia a strutturarsi, con round più consistenti, una presenza più stabile di investitori istituzionali e una maggiore riconoscibilità dell’ecosistema». Un sistema che ha dimostrato di saper resistere alla pandemia di Covid che ha provocato contrazioni in tutti i settori dell’economia e che è ripartito con ottimi numeri. E che fa scelte sempre molto più di testa che “di pancia”. «Il venture capital italiano – conclude il rapporto – sta passando dalla crescita a ogni costo alla sostenibilità economica. Non basta più scalare rapidamente, bisogna costruire imprese solide». In quest’ottica vanno letti i dati dei primi mesi del 2026.