Vallo a spiegare, adesso che non c’è più, chi era Gianni Cesarini e perché la sua assenza, pure essendosene andato da Napoli da decenni, lascia perplessa e attonita la scena culturale cittadina, e non solo questo giornale, di cui fu a lungo critico musicale e prestigiosa penna. Lui si sarebbe detto «un eclettico perfezionista. Non mi definisco musicologo o critico musicale, poeta o scrittore, terapeuta o maestro di Zen. E a suo tempo nemmeno mi considerai fotografo. Faccio cose quando sento di poterle e doverle fare e non mi lego a nulla», spiegò una volta. Nella stessa intervista a Doriano Fasoli aveva riassunto così la sua vita: «Sono nato a Napoli il 17 settembre del 1945, quindi sotto il segno della Vergine. Non accettai il sistema scolare e sono in buona parte autodidatta. Ho studiato musica con Fiorentino, giornalismo con Arturo Fratta, arti visive con Giovanni Thermes, fotografia con Giuseppe Alario e Zen con Jon Boner. Ho scritto di fotografia e di musica, sono stato critico musicale del “Mattino” e collaboratore del “Corriere della Sera” e della Rai».
Ma l’«eclettico perfezionista». che è morto proprio nel giorno della Festa della musica, fu ancora molto più di tutto questo. Era nato alla Duchesca, dove aveva trasformato il negozio di scarpe del padre in negozio di dischi, la passione per la musica lo aveva portato poi a scriverne e a occuparsi di Discoteca Scarlatti in via Merliani e del negozio Cesarini di largo Celebrano dove, almeno una volta alla settimana, c’era lui a farti ascoltare le novità, a passarti la cuffia e raccontarti cosa c’era dentro, e dietro, quel nuovo lp. Recensore di classica e di jazz, aveva un rapporto ambivalente con il pop, di cui ammirava le espressioni più originali.«CantaNapoli e Unesco? La città sia protagonista»Quando a «Il Mattino» giunse Roberto Ciuni gli fu chiesto di impegnarsi a ridare lustro alla canzone napoletana, ancora oggi Cenerentola delle arti, ancora oggi non considerata patrimonio immateriale del pianeta dall’Unesco, ancora oggi avvilita a misero siparietto folkloristico come ha dimostrato il pateracchio televisivo dall’Arena di Verona che proprio all’Unesco doveva rivolgersi. «Quando risposi di saperne poco o niente fui tacciato di “provinciale” e mi fu imposto di prepararmi rapidamente. Cosa che feci, e fu una grande scoperta», ricordava ancora lui che, su queste pagine e in diversi libri, fu il caposcuola di un revival critico di cantaNapoli, tra cui vanno almeno ricordati due fondamentali titoli divisi con Pietro Gargano, appena andatosene anche lui: Caruso del 1990 per Longanesi, ma, soprattutto La canzone napoletana del 1984 per Rizzoli, che cambiò il modo di studiare il campo, fino allora, ma spesso ancora oggi, ridotto a sciocchezzaio di aneddoti e nostalgie. Nello stesso anno, senza Gargano, aveva curato per il Banco di Napoli un volume dedicato a Salvatore Di Giacomo corredato da due vinili, mentre un cd accompagnava Roberto Murolo. La storia di una voce, la voce di una storia (Pagano, 1990). Brillante come pianista, come fotografo, come esperto di hi fi, riusciva in tutto quello in cui si misurava. Così iniziò una seconda vita quando all’inizio degli anni Novanta lasciò Napoli, e in qualche modo la musica, anche se poi su Facebook iniziò a rioccuparsene, sia pur in modo saltuario, ma non meno competente. Ma l’amore e la vita l’avevano ormai portato altrove, e altrove era diventato ancora, ecletticamente, altro: naturopata, maestro zen, curava malati di cancro, o di malattie immunoterapiche teorizzando la possibilità di poter vivere oltre i cent’anni. Bellissimo da giovane, aveva mantenuto inalterati i tratti di nobiltà popolare napoletana, aveva ricominciato a suonare il pianoforte, aveva istradato Giuliana, una delle figlie (l’altra Alessandra, è musicista), che dopo essersi occupata a lungo di world music ha appena aperto un locale di naturopatia e bioresonanza a Santa Cruz de Tenerife. Piazzi, un omaggio all’uomo delle stelleEra convinto che fosse «impossibile realmente ammalarsi: il corpo del malato è come un’orchestra stonata. Io correggo l’intonazione degli organi», diceva. E, ancora. «Penso che un giorno non mi sveglierò come non si svegliano gli Hunza dell’Himalaya a 130 anni d’età». Ma la leucemia se l’è portato via ben prima e ora bisognerà fare i conti con il vuoto lasciato da un grande assente, un napoletano eccellente che era scappato da Napoli. Ciao, Gianni, ciao, e grazie di tutto. Se oggi faccio questo mestiere è perché un giorno mi avevi chiesto di quegli strani gruppi punk e new wave di cui ero invasato e che non conoscevi, ancora. Perchè mi avevi dato ascolto, credibilità, spazio. Mi ricordo, si mi ricordo.








