Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Emanuela Orlandi, inauguriamo una serie di ritratti giornalistici dedicati ai principali casi di cronaca nera accaduti in Italia. Ogni puntata, un ritratto: una donna, un punto interrogativo, una verità che sfugge.
Alla fermata
Tutto inizia su un marciapiede di Roma. Sono passate da poco le sette di sera, è il 22 giugno 1983. Una ragazza aspetta l’autobus su Corso del Rinascimento insieme a due compagne di canto. Quando arriva è troppo pieno. Le amiche salgono lo stesso. Lei no, preferisce aspettare il prossimo. Si salutano alla fermata, tra la gente, a due passi dal Senato.
La ragazza con la fascetta
Tutti l’abbiamo vista, almeno una volta. La fotografia con la fascetta tra i capelli, scattata dagli amici mentre festeggiavano per strada lo scudetto della Roma. Emanuela sorride. Lo sguardo limpido, i capelli scuri fino alle spalle. Pochi giorni prima ha sognato che qualcuno glieli tagliava; si è svegliata sudata. Emanuela è cittadina vaticana. È la quarta di cinque figli, vive in un appartamento di servizio dentro le Mura Leonine. Il padre, Ercole, fa il commesso della Prefettura della Casa Pontificia. La sua è stata un’infanzia felice: una bambina che gioca a guardie e ladri nei giardini vaticani, con i gendarmi pontifici che le corrono dietro.







