Luigi Manconi, che leggo sempre con interesse e ammirazione, venerdì ha scritto su Repubblica a proposito della tenebrosa saga di Garlasco dove, dice, noi giornalisti abbiamo superato un limite invalicabile.
Ecco una rara circostanza in cui mi permetto di dissentire, poiché non ho capito quale fosse il limite individuato da Manconi, chi lo abbia tracciato e su quali parametri. L’accanimento pluricedennale? La pesca a strascico in un paese dove i presunti innocenti paiono estinti in un anticipo della distopia verso cui siamo avviati? L’esito drammatico di una donna che, sopraffatta dall’enormità, tenta il suicidio? (Non sono fantastici i giornali che montano un circo su una donna che ha tentato il suicidio a causa del circo montato dai giornali?).
Il limite secondo me è stato superato da molto, molto tempo, e il rischio è che il feuilleton di Garlasco, per la sua portata, diventi il caso eccezionale quando eccezionale è soltanto la periodicità quasi quotidiana dei colpi di scena, e ogni giorno l’attesa è saziata. Ma il metodo è sempre quello: la cronaca nera trasformata nell’isola dei famosi.
Ci sono due casi non così recenti ma che cito in continuazione perché sono esemplari dell’ineffabile disumanità del nostro mestiere. Il primo è del 2018, in un paese di poco più di trentamila abitanti nella provincia di Frosinone. Una ragazza di quattordici anni scrive in un tema delle molestie subite dal padre. La professoressa porta il tema ai carabinieri, i carabinieri convocano il padre, gli mettono il braccialetto elettronico, lo invitano a stare lontano dalla famiglia le settimane necessarie agli accertamenti. Per quanto sia possibile in circostanze così dolorose, tutto procede liscio sinché, chissà come, la notizia esce. Allora a Cassino arrivano inviati da tutta Italia. Non fanno il nome della ragazza: è minorenne, svelarne l’identità è violazione deontologica. Però dicono quanti anni ha, quante sorelle, quali minori e quali maggiori, quale scuola frequenta, qual è il mestiere della madre e quello del padre. Così a Cassino tutti hanno capito di chi si tratta. E il padre non può più camminare per strada, dove chiunque è autorizzato ad additare il mostro. Dopo qualche giorno di festival da prima pagina, l’uomo si impicca. La moglie e madre va al cancello dove gli assedianti siamo noi con le telecamere e i telefonini, e dice sei parole che dovrebbero essere la vergogna insopportabile: “Nemmeno si sa se era colpevole”.








