Una frattura molto grave, considerando quanto fosse profonda, ma alla quale è riuscito a sopravvivere un leonde delle caverne vissuto fra 160mila e 190mila anni fa: i segni sono ancora visibili nell'omero fossile dell'animale e costituscono una delle più antiche testimonianza di guarigione finora rilevate in un fossile. Scoperto in Solvenia, nella grotta di Kanegra, il fossile era custodito nel Museo Giovanni Capellini dell’Università di Bologna , ma non era ancora mai stato studiato così nel dettaglio. A scoprirne il valore la ricerca guidata dall’Università di Padova pubblicata sulla rivista Quaternary International.

"Abbiamo pochissimi resti di ossa di leone delle caverne con patologie evidenti - sottolinea Elena Ghezzo, ricercatrice al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova e prima autrice dello studio - e gran parte delle ricerche precedenti si sono concentrate sul confronto tra i pochi esempi conosciuti, per la maggior parte provenienti da grotte in Germania. Segni di trauma sono ancora meno frequenti". Il reperto, arrivato al Museo durante la seconda guerra mondiale, era stato rinvenuto nella grotta di Kanegra, in Slovenia, ma mai studiato nel dettaglio. Grazie alle scansioni di una tomografia computerizzata (Tac) i ricercatori hanno potuto osservare l’interno della frattura, evidenziando come il tessuto osseo spugnoso si sia completamente riorganizzato e rimodellato per preservare la funzionalità dei muscoli dell’arto anteriore: la frattura si è risaldata ma l’osso è rimasto in parte disallineato.