Un giovane leone delle caverne, vissuto tra 160 e 190 mila anni fa, sopravvisse a una gravissima frattura dell’arto anteriore quando era ancora in fase di crescita. Oggi, grazie a sofisticate analisi tomografiche eseguite su un fossile conservato all’Università di Bologna, gli scienziati hanno ricostruito una delle più antiche testimonianze conosciute di guarigione da un trauma maggiore nei grandi predatori del Pleistocene. Una scoperta che offre nuove prospettive sulla resilienza, sull’ecologia e sul comportamento dei leoni delle caverne.
Un fossile dimenticato racconta una storia eccezionale
Per decenni è rimasto custodito nelle collezioni del Museo Giovanni Capellini dell’Università di Bologna senza che nessuno ne cogliesse fino in fondo il valore scientifico. Oggi quell’omero fossile, appartenuto a un leone delle caverne (Panthera spelaea), è diventato protagonista di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Quaternary International.
Il reperto proviene dalla cavità carsica di Kanegra, nell’area dell’Istria settentrionale affacciata sull’Adriatico. Datato al MIS 6 (Marine Isotope Stage 6), un periodo del Pleistocene medio compreso tra circa 190 e 130 mila anni fa, rappresenta probabilmente la più antica testimonianza fossile datata con certezza di una grave patologia post-craniale nei leoni delle caverne.








