“Quando una rete di quasi 3.000 telecamere contribuisce allo sviluppo di sistemi di AI, il dibattito deve diventare una questione pubblica affinché la cittadinanza possa sapere quali dati vengono raccolti, come vengono utilizzati e, soprattutto, chi ne trae beneficio. È questo il confronto che oggi manca a Genova”.
Chi condivide questa preoccupazione è Carlo A. Bachschmidt, nato a Genova, architetto e documentarista. Certo, il fenomeno non è nuovo. Siamo stati gradualmente addomesticati alla presenza amica, confortante, rassicurante e protettiva delle aree sottoposte a videosorveglianza. Sono tornato l’anno scorso dal Niger. Disegnato nel Sahel, ricco della sua diversità e insieme occupato, in ampie zone, dalla guerra tra gruppi armati e militari governativi. Per anni la parola ‘sicurezza’ è ripetuta come un ‘mantra’ nell’immaginario collettivo.
Sia i gruppi armati che i governativi possiedono droni e altri sistemi di controllo. Quanto alle telecamere, quando c’era la corrente funzionavano regolarmente nelle banche e nei grandi hotel della capitale Niamey. Il treno in città non è mai partito. Il trasporto pubblico è affidato a migliaia di taxi che danno il sostentamento a una vasta porzione di famiglie. Buone ricadute anche per i meccanici auto per le riparazioni dei mezzi che, spesso, sono auto dismesse dall’Europa. Il controllo dei cittadini era affidato, come qui una volta, ai vicini di casa. Oppure a gente prezzolata dal governo per raccogliere informazioni su comportamenti o idee non compatibili col potere del momento. Una sorpresa, dunque, tornando al Paese di origine, rilevare la pervasività e capillarità delle aree sottoposte al videocontrollo. Stazioni, treni, bus, strade, banche, scuole, edifici, uffici e chiese.









