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A maggio del 2016, dieci anni fa, il parlamento approvò la legge sulle unioni civili per le coppie dello stesso sesso e sulle convivenze di fatto, che tra le altre cose dava alle coppie di donne e di uomini la possibilità di vedere legalmente riconosciuta la propria unione. Da allora hanno usufruito di questa legge 21.936 coppie. Il percorso della legge fu però molto complicato: affermò un diritto chiesto da tempo e ampiamente già affermato in altri paesi europei, ma fu il frutto di un compromesso che crea ancora molti problemi, soprattutto per i figli e le figlie delle coppie dello stesso sesso.
Prima della legge sulle unioni civili due donne o due uomini che stavano insieme erano, per lo Stato, formalmente due estranei: non potevano assistersi in ospedale o scegliere di assumere lo stesso cognome, per fare qualche esempio. Più in generale, semplicemente, non avevano modo di vedere legalmente riconosciuta dallo stato italiano la loro unione, come accade per i matrimoni. Prima della legge sulle unioni civili, inoltre, varie amministrazioni locali si rifiutavano di trascrivere nei registri di stato civile unioni civili fatte all’estero.
Alla legge del 2016 si arrivò dopo anni di pressioni, anche da parte degli stessi tribunali, sulla necessità di tutelare le coppie dello stesso sesso allo stesso modo in cui si tutelavano quelle di sesso diverso, evitando così discriminazioni basate sull’orientamento sessuale delle persone. La Corte costituzionale invitò il parlamento italiano a farlo, e nel 2015 l’Italia fu condannata per la stessa ragione anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.








