Il dibattito alla Camera in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno ha riportato in superficie una questione che continuiamo a trattare come finanziaria, mentre è costituzionale. Senza chiarire mandato della Bce, regole fiscali e modello di crescita, il debito comune (“eurobond” più o meno esplicito) rischia di essere l’ennesima tappa del “failing forward”. L’opinione di Carlo Lombardi

Il dibattito alla Camera dell’11 giugno scorso, sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 18-19 giugno, ha riportato in superficie un nodo che l’Unione continua a trattare come finanziario, mentre è in realtà costituzionale. Può esistere un debito comune europeo dentro un’architettura costruita sul divieto di monetizzazione, su un mandato restrittivo della banca centrale, su regole fiscali procicliche e su un modello di competitività che ha trasformato l’integrazione in compressione salariale e competizione esterna?

L’Aula ha fatto emergere tre posizioni. Per alcuni il debito comune è lo strumento necessario per finanziare beni pubblici europei. Per altri è un passaggio istituzionale surrettizio, che accresce il potere fiscale dell’Unione, introduce nuove condizionalità e riduce la decisione nazionale. Il governo si è collocato su una linea condizionata: nuove risorse sì, ma senza maggiori oneri netti, condizionalità aggiuntive o ricadute su imprese, cittadini e finanze pubbliche. La frattura, però, è più profonda della scelta sullo strumento: riguarda modello di crescita, ruolo della Bce, regole fiscali e simmetria degli aggiustamenti macroeconomici. Da solo, il debito comune non corregge nulla di tutto questo.